Capitolo primo

I Maya: apogeo e declino di una grande civiltà

“Non si chiamavano naturalmente Maya”[1]. Con queste parole uno dei più grandi esploratori novecenteschi dell'America Centrale, Victor W. Von Hagen (1908), inizia la sua rievocazione di una delle più grandi civiltà dell'America precolombiana.

Il nome fu dato loro dagli Europei conquistatori e più precisamente da Cristoforo Colombo. Nel suo quarto ed ultimo viaggio del 1502, durante il quale costeggiò l'Honduras, il Nicaragua, Costarica e Panama, sbarcò nell'isola hondureña di Guanaja[2], venendo in contatto con alcuni indigeni locali, imbarcati su di un'immensa canoa scavata in un albero. Quando domandò loro da dove venissero. pensò di leggere nella risposta un nome che si avvicinava all'espressione Mayab o Maya[3].

L'etimologia, sfortunatamente, è andata perduta, per cui gli studiosi hanno finito per accettare il termine apocopato Maya per designare gli abitanti di questa vasta regione centroamericana. Ma la storia di questo affascinante quanto misterioso popolo era iniziata molto tempo prima.

È infatti ormai opinione condivisa dagli studiosi che le origini della civiltà maya possano essere fatte risalire a circa 10000 anni fa, quando, durante l'ultima era glaciale, popoli asiatici si trasferirono nelle Americhe attraverso lo stretto di Bering[4].

Il primo luogo di cui abbiamo notizia è un piccolo accampamento chiamato “los Tapiales”, situato sull'altipiano orientale del Guatemala, che il sistema del carbonio radioattivo fa risalire a circa undicimila anni fa[5].

Una ulteriore indagine ha poi individuato nella regione del Quiché guatemalteco più di cento centri che si svilupparono negli anni compresi tra l'8000 ed il 1000 a. C. e che sembrano accomunati dall'uso di un tipo di materiale utilizzato dai gruppi di cacciatori nomadi [6] .

Il lungo periodo che gli archeologi definiscono “litico” era contraddistinto in effetti dalla presenza di bande di cacciatori raccoglitori che iniziarono ad avere uno stile di vita stabile tra il 6000 ed il 2000 a. C.; costoro dipendevano in gran parte dalle risorse marine sulle coste pacifiche e caraibiche che furono vettore del passaggio ad un'economia di tipo produttivo in cui la coltivazione sostituì lentamente la caccia e la raccolta.

Verso il 2000 a. C. è documentata la diffusione, dal Guatemala, della coltivazione del mais, pianta di importanza fondamentale e principale protagonista della trasformazione della società, mentre i primi reperti archeologici indicatori dell'inizio di una cultura evoluta, statuette e utensili in ceramica, pietre od altri materiali non deperibili, risalgono al 1500 a. C. [7] .

Questa data, universalmente accettata dagli archeologi, segna l'inizio del periodo formativo o Preclassico (1500 a. C.–300 d. C.) che culminerà nell'apogeo della civiltà maya durante il periodo Classico (300–1000 d. C.), per poi giungere inspiegabilmente ad un rapido declino nel periodo Postclassico (1000–1521 d. C.) in cui questa civiltà così evoluta conobbe un vero e proprio collasso [8] .

Nel Preclassico maya, che vede il suo sviluppo nella regione dell'altipiano guatemalteco, furono principalmente gli abitanti delle regioni meridionali a moltiplicare i loro insediamenti stabili, ubicati per lo più lungo le regioni costiere e lungo le valli fluviali, dove la presenza di nicchie ecologiche privilegiate per la fertilità del terreno e la ricchezza di minerali del sottosuolo, consentì ai gruppi di incrementare scambi e commerci[9].

Politicamente la società cominciò a dotarsi di una struttura gerarchica in cui gli specialisti del sovrumano, sciamani e sacerdoti, costituivano l'élite dominante capace di accumulare e gestire consistenti surplus, dando origine ad un dominio teocratico in cui il sovrano regnava per diritto divino e affidava ai membri della propria famiglia le cariche religiose e politiche più importanti.

Già in questa fase i Maya interagivano con i gruppi delle aree vicine, come gli Olmechi della costa del Golfo, i Mixe-Zoque, insediati sulla costa del Pacifico, e gli Zapotechi della regione di Oaxaca[10].

Ma furono gli Olmechi ad influenzare più di tutti la cultura maya della fase iniziale. La cultura olmeca nacque e fiorì tra il 1300 ed il 500 a. C. in una piccola zona del Veracruz sud–orientale, immediatamente ad ovest dei Maya Chontal, estendendosi poi sia ad ovest che ad est lungo la fascia mesoamericana [11] .

Gli Olmechi svilupparono un'architettura monumentale accompagnata da una straordinaria abilità nella lavorazione della giada e di altre pietre dure, pertanto la precocità e la maestosità della cultura olmeca ha fatto meritare ad essa il titolo di “cultura madre”.

La presenza olmeca nell'arte maya è documentata nella scultura, nei vari oggetti d'uso rituale e, soprattutto, nel materiale fittile più antico rinvenuto negli scavi archeologici.

Dal 292 d. C., anno della data riportata sulla stele 29 di Tikal[12], il più antico monumento datato che sia stato trovato nella regione centrale, inizia il periodo Classico, quello di maggior splendore, che si protrae fino al 900 d. C. circa.

In questa seconda fase la zona che vide il maggior sviluppo non fu più quella settentrionale del Veracruz, dove si era evoluta la civiltà olmeca, o quella dell'altipiano guatemalteco, ma la regione centrale del Petén, più in generale tutta quella zona pianeggiante compresa tra i corsi dell'Usumacinta e del Motagua[13].

Fu Tikal, nel Guatemala, durante la prima fase del periodo classico, il centro senza dubbio più importante, che accogliendo molti emigranti fluiti da sud, cominciò ad esercitare un controllo totale sugli altri centri della pianura.

Successivamente, nel tardo periodo classico, s'imposero altri centri, soprattutto Palenque, nelle pianure del Chiapas, e Copán, nella valle del Motagua in Honduras.

Questi furono i centri nei quali lo spirito maya si consacrò nella sua pienezza con manifestazioni architettoniche di rara bellezza ed imponenza; si svilupparono inoltre studi astronomici e matematici di grande precisione, possibili grazie all'invenzione del numero zero e ad un'attenta perlustrazione del movimento degli astri.

Nel periodo compreso tra gli anni 400-550 d. C. sarà Teotihuacán[14], l'immensa città fiorita lungo il bacino centrale del Messico, a rivestire un ruolo fondamentale nell'evoluzione dei centri maya delle terre basse giungendo fino a Tikal e a Copán[15] e soggiogando poi alcune nazioni maya, soprattutto nelle montagne guatemalteche[16].

In seguito, verso il 900, queste prospere città–stato, in cui l'arte e la scienza avevano raggiunto il più alto grado di sviluppo, furono repentinamente abbandonate ed avviluppate dalla selva senza lasciare un segno certo della causa di tale decadenza[17].

Varie sono state le ipotesi avanzate per dare una spiegazione di tale fenomeno: un improvviso cambiamento climatico, guerre intestine, invasioni straniere, sovrappopolamento in relazione ad un grande decremento della produzione.

È però probabile che fu un concorso di tutte queste cause a determinare quell'improvviso declino che fu però di breve durata: la cultura maya, abbandonati i centri del Petén, si spostò infatti più a nord, nelle pianure dello Yucatán, dove avrà inizio una nuova fase della cultura maya[18].

La massiccia migrazione del popolo maya verso i centri yucatechi da un lato, e le invasioni degli Itzá e dei Toltechi dall'altro, costituiscono gli elementi che daranno inizio al cosiddetto periodo Postclassico[19].

Le stabili e durature teocrazie che avevano governato durante tutto il periodo Classico saranno sostituite da una nuova ideologia, una nuova forma di concepire la religione e le relazioni tra gli uomini, e la guerra diventerà l'autentico motore della storia[20].

1. 2. La “Seconda Era dell'umanità”: l'arrivo degli Itzá e il Postclassico maya

Una nuova epoca per i Maya si aprì quando gruppi di etnia maya-chontal[21]-itzaes, esperti navigatori e commercianti provenienti dalle regioni di Tabasco[22], e dalle valli dell'Usumacinta giunsero sull'isola di Cozumel[23] per poi penetrare, successivamente, nella penisola yucateca da nord-est ed insediarsi, probabilmente nel 918 d. C., nella città di Chichén Itzá[24], che avrebbe conosciuto in breve tempo un nuovo splendore.

La fonte più preziosa per conoscere la storia di questo periodo e l'invasione del territorio maya da parte di popolazioni straniere, Itzá prima e Toltechi e Chichimechi[25] poi, è costituita, sicuramente, dai cosiddetti “Libros de Chilam Balam”[26].

Tali testi devono il loro nome ad uno dei più famosi sacerdoti maya, Chilam Balam, che visse a Maní in un'epoca di poco anteriore all'arrivo degli spagnoli e che derivò la sua fama dall'aver predetto l'arrivo degli spagnoli e l'avvento di una nuova religione.

Si tratta di una serie di manoscritti redatti in lingua maya, ma con caratteri latini, nei secoli posteriori alla conquista spagnola[27], ed appartenenti nella loro totalità alla regione dello Yucatán.

I compilatori dei Libri di Chilam Balam erano indigeni istruiti, che vissero nel periodo coloniale e che vollero conservare il sapere dell'antica cultura, lasciando scritto il materiale proveniente dagli antichi testi pittografici e dalla tradizione orale.

Dei diciotto libri iniziali se ne conoscono soltanto dodici, di alcuni infatti non si hanno più notizie e non si sa dove siano finiti, il Chilam Balam di Maní, quello di Tizimín, quello di Chumaiel[28], etc.

Grazie a queste cronache si è potuta ricostruire la storia della regione nel periodo anteriore alla conquista che, altrimenti, sarebbe rimasta in buona parte oscura; in modo particolare tali documenti hanno permesso di chiarire l'identità degli Itzá, talvolta confusi erroneamente con un popolo messicano al seguito di Kukulcán-Quetzalcóatl[29].

In realtà si trattò di due invasioni distinte a distanza di circa 70 anni l'una dall'altra, tesi suffragata oltre che dal Libro di Chumaiel, anche dalle stesse parole del vescovo Diego de Landa che, nel manoscritto Relación de las cosas de Yucatán[30] del 1560, scrive:

Que algunos viejos de Yucatán dicen haber oído a sus pasados que pobló aquella tierra cierta gente que entró por levante […]” e ancora “Que es opinión entre los indios que con los Yzaes que poblaron Chichenizá, reinó un gran señor llamado Cuculcán; y dicen que entró por la parte de ponente […][31].

Da questo passo si potrebbero quindi dedurre due conquiste distinte: la prima, da oriente, probabilmente nel 918, che vede l'arrivo degli Itzá, e la seconda da ponente, nel 987 circa ,che vede la comparsa dei messicani di Kukulcán[32].

L'invasione messicana[33] ebbe luogo con l'insediamento progressivo di popolazioni provenienti da Tula, la capitale dei Toltechi nello stato di Hidalgo, a nord di Città del Messico, che influenzarono in maniera considerevole i costumi maya, portando, secondo quanto raccontano le cronache indigene locali, dissolutezza e cattivi costumi, che contrastavano con il maggior decoro e la misura propri del popolo maya[34].

In particolare essi furono portatori di nuovi valori legati alla guerra ed al militarismo e con essi fu importato il culto di Kukulcán, traduzione maya del dio messicano Quetzalcóatl, anche noto come la serpiente emplumada[35].

La stessa gerarchia sociale, fondamento della civiltà maya, venne profondamente e radicalmente trasformata: la classe sacerdotale, che aveva detenuto il potere per secoli, fu rilegata ad una posizione marginale, rapidamente sostituita dalla nuova classe di guerrieri e commercianti[36].

Dal 987 d. C. anche l'architettura subì profonde variazioni ravvisabili nell'apparizione di decorazioni raffiguranti non solo aquile e giaguari, che simboleggiavano gli ordini militari[37], ma anche figure di guerrieri, serpenti piumati, ed inoltre la rastrelliera dei teschi, l[38]o tzompantli, che esibiva le teste scarnificate dei sacrificati.

La pratica del sacrificio umano divenne a Chichén Itzá una consuetudine diffusa soprattutto con l'utilizzazione del grande cenote[39], ritenuto sacro, intorno a cui venne edificata la città e che per centinaia di anni ha custodito le macabre ed al contempo preziose testimonianze di quella grande civiltà: molti scheletri umani appartenenti a donne, bambini e uomini, oltre ad una grande quantità di oggetti sacri gettati nel cenote in offerta insieme alle vittime, per ottenere la grazia degli dei[40].

Sempre secondo le fonti fornite dai libri del Chilam Balam, Chichén Itzá risulta essere stata parte per due secoli, dal 987 al 1185, di una triplice alleanza, la “Lega di Mayapán”, insieme alle città di Uxmal e Mayapán[41].

Chichén rivestirà un ruolo di predominio all'interno della lega fino al 1200 d. C. circa quando, in seguito alla congiura di Hunaccel[42], enigmatico signore di Mayapán, Chichén fu sconfitta ed il potere cadde in mano ai governanti di Mayapán, che dominerà la regione fino al 1450.

Anche la caduta di Chichén Itzá appare legata, sebbene indirettamente, a Quetzalcóatl. Diego de Landa dice infatti che prima di partire questi fondò un'altra città, Mayapán, con fini esclusivamente commerciali, e che entrambe rimasero, alla sua partenza, sotto l'egida dei Cocomes, che costituivano la famiglia più prestigiosa[43].

Tuttavia ciò risulta impossibile visto che più di duecento anni separano il Quetzalcóatl di Chichén dal virtuale fondatore di Mayapán; è quindi probabile che questo sia stato un sacerdote di Chichén Itzá, erede della tradizione di Quetzalcóatl[44]. L'illustre cronista sottolinea inoltre la graduale ed inesorabile decadenza e tirannia che, a partire da questo momento, caratterizzeranno la civiltà maya sotto l'egidia dei Cocomes di Mayapán; leggiamo infatti:

Que aquel Cocom fue el primero que hizo esclavos pero que de este mal (se) siguió usar las armas con que se defendieron para que no fuesen esclavos todos […][45].

Que el gobernador Cocom entró en codicia de riquezas , y que para esto trató con la gente de guarnición que los reyes de México tenían en Tabasco y Xicalango prometiéndoles entregarles la ciudad, y que así trajo gente mexicana a Mayapán y oprimió a los pobres e hizo muchos esclavos; y los señores lo hubieran matado si no hubiesen tenido miedo a los mexicanos[46].

In effetti, Mayapán, ubicata in zone poco favorevoli alla coltivazione, esasperò lo schiavismo ed il militarismo terrorizzando i vicini ed ottenendo facilmente manodopera e beni materiali, ma il suo dominio segnò un vero e proprio crollo nelle arti, tanto che in questo periodo le uniche opere architettoniche furono dei lavori di fortificazione come testimonia in particolare la fortezza di Tulum sulla costa caraibica[47].

La fine del dispotismo di Mayapán sopraggiunse quando la famiglia Xiu[48], di origine messicana e di recente insediamento nello Yucatán, organizzò un complotto riunendo le famiglie nobili, assoggettate ai Cocomes, che causò la distruzione di Mayapán tra il 1441 ed il 1461[49].

Così Landa riferisce l'accaduto:

Que se juntaron los señores en el bando de Tutu Xiu, que era gran republicano, como sus (ante)pasados, y se concertaron para matar a Cocom y así lo hicieron, matando a todos sus hijos sin dejar más que uno que estaba ausente y saquearon sus casas y tomaron las heredades que tenía en cacao y otras frutas, diciendo que con ellas se pagaban de lo que les había robado[50].

La caduta di Mayapán segnò la fine del potere centralizzato; infatti, all'alba del XVI secolo la penisola si trovò suddivisa in varie province, i cacicazgos, governate da distinte famiglie ed in perenne guerra tra di loro. Le guerre, accompagnate da epidemie e calamità naturali, devastarono lo Yucatán e fu così che ebbe inizio il periodo di disintegrazione della cultura maya; il processo di secolarizzazione della cultura proseguì ulteriormente decretando uno stato di progressiva decadenza artistica e di impoverimento culturale.

Questa situazione di profonda debolezza e precarietà facilitò l'invasione degli spagnoli, che assoggettarono il territorio maya tra il 1527 ed il 1547.

Solo una città, Tayasal, sede dell'ultima dinastia maya, quella dei Canek, conservò l'indipendenza, ma presto anche quest'ultimo baluardo della resistenza indigena sarà poi costretto a cedere. La città verrà conquistata da Martín de Ursúa, nel 1696, considerato l'anno finale della storia maya, e sarà ribattezzata col nome di Nuestra Señora de los Remedios y San Pablo de los Itzaes[51].

1. 3. La comparsa degli europei nella storia Maya

Il territorio maya abbracciava, all'epoca della conquista, un territorio di circa 400.000 chilometri quadrati, includendo gli attuali stati di Guatemala, Belize, la parte occidentale del Salvador e dell'Honduras, Yucatán, Campeche, Quintana Roo e parte di Chiapas e Tabasco in Messico[52]; si trattava quindi di una vasta area tutta compresa nella fascia tropicale.

Ad ovest del territorio maya abitavano vari gruppi che parlavano zoque, chiapaneco e alcuni dialetti della lingua náhuatl o messicana, parlata dagli Aztechi e da altre popolazioni del Messico centrale; a sud e a sud-est vivevano i Pipil[53], insediati su parte del versante rivolto al Pacifico, mentre ad est si trovavano popoli che parlavano le lingue più varie e le cui civiltà erano state più o meno influenzate da quelle del continente meridionale.

El Mayab[54], come anticamente era chiamata l'area di insediamento dei Maya, non rappresentava quindi, apparentemente, una entità territoriale; la geografia presenta qui, infatti, grandi contrasti ravvisabili soprattutto tra le “terre alte”, ovvero la fascia meridionale che include parte del Guatemala, parte di El Salvador e la zona occidentale del Chiapas, e le “terre basse” ovvero la vasta regione settentrionale che si estende dal nord dello Yucatán fino alle estribaciones delle montagne guatemalteche[55].

La demarcazione di queste due grandi aree geografiche coincideva con importanti differenze archeologiche e, allo stesso tempo, con la divisione esistente tra le varie lingue maya[56].

Attualmente sopravvivono ventiquattro lingue maya, tra cui il maya yucateco, che non presentano pressoché somiglianze[57] ma che, tuttavia, possono essere considerate come un gruppo linguistico con un'origine in comune ed una successiva evoluzione indipendente; Mercedes de la Garza[58] ha affermato che non si può parlare di dialetti, come comunemente si fa, ma piuttosto di lingue con una loro precisa struttura grammaticale.

Proprio nella presenza di un'antica radice linguistica comune, la cui esistenza risale a circa 2600 anni prima di Cristo, è quindi ravvisabile l'unità etnica dell'intera regione maya; unità che, durante il periodo Classico, si espresse inoltre nell'uso di una scrittura geroglifica, di cui sono testimonianza le steli di pietra, i muri dei templi e le scalinate delle città, e nell'utilizzo di un'architettura, un'arte ed una ceramica caratteristici[59].

La visione scientifica attuale, sulla base di studi effettuati in loco da americanisti di fama mondiale come Eric Thompson, Robert Chamberlain, Ralph Roys, Silvanus Morley, Herbert Spinden, ecc., presenta la popolazione maya come un complesso di etnie con lingue, usi e costumi differenti e con un percorso storico autonomo; tuttavia, per le caratteristiche che condividono tutti i suoi gruppi possono essere considerati come appartenenti a una sola cultura[60].

Uno di questi gruppi, lo Huaxteco, si separò dal ceppo comune in epoca remota, stanziandosi al di fuori di questo territorio e sviluppando una cultura distinta, pur conservando la lingua originaria appartenente alla famiglia maya[61].

Le 28 etnie restanti possono poi essere suddivise in base alla loro lingua: maya yucateca, itzá, lacandona, choltí, tzotzil, tzeltal, mopán, chortí, chontal, chol, coxoh, tojolabal, chuj, jacalteca, kanjobal, mocho, tuzanteca, mam, aguanteca, ixil, quiché, tzutujil, cakchiquel, uspanteca, achí, pocomán, poconchí, kekchí[62].

Quando, nel sedicesimo secolo, i conquistatori spagnoli giunsero nell'area maya e scoprirono vestigia monumentali, canali, strade[63], templi e piazze di particolare bellezza, la cultura occidentale prese coscienza, per la prima volta, di una civiltà maestosa e raffinata, il cui grado di sviluppo era piuttosto elevato[64].

Le rovine delle grandi città maya, abbandonate da secoli, vennero scoperte dagli Spagnoli a mano a mano che questi s'incontravano, o meglio più spesso scontravano, con le popolazioni indigene della regione e iniziavano la spesso spietata opera di conversione, sottomissione ed in ultima istanza la colonizzazione di questi popoli.

Inizialmente nessuno mise in relazione tra loro questi gruppi indigeni, dal momento che risiedevano in regioni molto lontane, conservavano tradizioni diverse e parlavano lingue distinte.

Soltanto in un secondo momento, quando le vestigia di città come Palenque, in Messico, furono associate con altre città abbandonate come Copán, nell'Honduras, e con le rovine della penisola dello Yucatán, si cominciò ad ipotizzare un collegamento tra le varie etnie.

L'ipotesi verrà poi vagliata e suffragata dall'attenta analisi di storici, studiosi, e archeologi la cui ricerca fu possibile grazie al ritrovamento di interessanti documenti redatti dagli spagnoli a partire dal XVI secolo e riguardanti la popolazione autoctona[65].

A queste fonti si accompagnò inoltre la scoperta di preziosi testi maya, scritti in lingua indigena ma con caratteri latini, concernenti non solo il periodo della conquista ma anche le antiche usanze e la cultura dei popoli autoctoni.

Tra le testimonianze maya meritano una particolare menzione il Baile de la Conquista dei Quiché, rievocazione vivacissima dell'incontro del popolo Quiché con gli uomini bianchi; il Memorial de Sololá dei Cakchiquel, che racchiude le testimonianze dei savi e degli storici indigeni di questa regione, il celeberrimo Popul Vuh, contenente l'antica storia dei Maya Quiché, senza dimenticare infine i già citati Libros de Chilam Balam, relativi alla conquista dello Yucatán[66].

Nel parlare della conquista degli Stati maya è necessario distinguere tra quelli della penisola dello Yucatán e quelli degli altipiani del Chiapas e Guatemala, poiché in realtà si trattò di due invasioni distinte che ebbero luogo con modalità e tempi del tutto differenti[67].

Il primo contatto degli spagnoli con gli indigeni della regione avvenne con i Maya dello Yucatán nel 1511 e fu del tutto accidentale, frutto del naufragio di una caravella diretta a Santo Domingo[68].

Le due spedizioni successive lungo le coste orientali dello Yucatán, la prima di Francisco Hernández de Córdoba nel 1517 e la seconda di Juan de Grijalva nel 1518, non ebbero, in realtà, molta importanza, e dal punto di vista indigeno furono significative solamente in quanto preannunciavano quello che stava per accadere[69].

I contatti, durante la terza spedizione del 1519, con Hernán Cortés ed i suoi uomini, tra cui ritroviamo Francisco de Montejo, futuro conquistatore dello Yucatán, confermarono l'inevitabile presenza degli uomini barbuti, dei “mangiatori di anone”[70] come li chiamarono sin dall'inizio i Maya yucatechi.

Tuttavia, dovettero passare ancora parecchi anni prima che gli uomini di Castiglia intraprendessero decisamente la conquista dello Yucatán: essa avrà inizio soltanto nell'anno 1527 e terminerà non prima del 1547 quando anche l'ultimo baluardo di resistenza indigena sarà stroncato[71].

La stessa cosa non accadde invece per gli altri stati Maya: tra i vulcani e i boschi di conifere degli altipiani del Guatemala e delle montagne del Chiapas, i Quiché, i Cakchiquel, gli Tzutujil, i Tzeltal, i Tzoztil e le altre etnie maya furono assoggettate rapidamente dagli spagnoli qualche anno dopo la conquista di México-Tenochtitlán[72], avvenuta nell'anno 1521.

Infatti, già alla fine del 1523, Pedro de Alvarado partì dalla città di México, su ordine di Cortés, per sottomettere le regioni del sud, l'attuale Soconuso, ed i domini dei Cakchiquel, dei Quiché, degli Tzutujil e di altri ancora[73].

Conosciamo i principali avvenimenti della spedizione di Alvarado attraverso le testimonianze del conquistatore stesso e le relazioni dei vinti, ovvero Quiché e Cakchiquel.

Alvarado era accompagnato da trecento spagnoli e numerosi indigeni, per lo più Tlaxcaltechi[74]; e dopo aver attraversato Oaxaca e pacificato le popolazioni del Soconuso, passò il Suchiate deciso a continuare l'opera di sottomissione[75].

Informati, i signori dei Quiché decisero di opporsi alla conquista e, a tal scopo, riunirono i loro uomini a Totonicapán[76], ma la resistenza fu vana.

Infatti, secondo quanto riportato dalla seconda parte del manoscritto cakchiquel, noto anche con il titolo di Memorial de Sololá:

Il giorno 1 Ganel [20 febbraio 1524] i quiché furono sconfitti dai castigliani. Il loro capo, chiamato Tunatiuh Avilantaro[77], conquistò tutti i villaggi […][78].

In realtà vi furono vari scontri; l'ultima battaglia, che segnò la sconfitta dei signori quiché, si ebbe nelle vicinanze di Quetzaltenango, dove Alvarado si trovò faccia a faccia con il comandante supremo quiché Tecum Umán.[79]

È interessante la descrizione che le cronache indigene offrono riguardo a quest'ultimo scontro e alla figura mitica di Tecum Umán, trasfigurato qui in eroe epico:

Allora il capitano Tecum si alzò in volo e veniva, fatto aquila, pieno di penne, che da lui stesso nascevano […]. Veniva con l'intenzione di uccidere Tunadiú [Alvarado] che era a cavallo: ed egli, per colpire l'Adelantado colpì il cavallo e staccò con la lancia la testa al cavallo. Non era una lancia di ferro ma di cristallo e per incanto fece questo il capitano.

Quando si accorse che non aveva ucciso l'Adelantado, ma il cavallo, si alzò di nuovo in volo per scendere poi a uccidere l'Adelantado. Allora l'Adelantado lo attese con la sua lancia e lo trapassò nel mezzo questo capitano Tecum[80].

La narrazione indigena prosegue riferendo l'ammirazione di Alvarado per la bellezza dell'“indio quetzal” e aggiunge che, da allora, quel luogo ricevette il nome di Quetzaltenango, ossia il luogo difeso dal Quetzal, il valoroso capitano Tecum.

Quando i signori dei Quiché furono informati della sconfitta, si finsero amici degli uomini di Castiglia e li ricevettero nella loro capitale Gumarcaaj con l'intenzione di sbaragliarli sul posto.

Ma Alvarado, una volta dentro la città, fece prigionieri i signori, li fece bruciare e appiccò il fuoco alla capitale quiché; tutto questo avvenne nel marzo del 1524[81].

Il conquistatore avanzò poi verso Iximché, capitale dei Cakchiquel, dove non incontrò alcuna resistenza: in un primo momento, infatti, essi preferirono allearsi ai conquistatori; così leggiamo:

Il giorno 1 Hunahpú [12 aprile 1524] i castigliani giunsero alla città di Iximchée; il loro capo si chiamava Tunatiuh. […] L'animo di Tunatiuh era ben disposto verso i re, quando arrivò in città. Non c'erano state lotte e Tunatiuh era contento quando arrivò a Iximchée. […] Le loro facce erano strane. I signori li credettero dei. Noi stessi, vostro padre, andammo a vederli quando entrarono a Iximchée[82].

Gli annali dei Cakchiquel riferiscono in tutti i particolari quello che successe poi.

Alvarado, partito per organizzare nuove conquiste, fece ritorno a Iximché; ma le sue insistenti pretese d'oro e di ogni genere di tributi finirono per esaurire la pazienza dei Cakchiquel, che fuggirono dalla città e si ribellarono con violenza[83].

Poco tempo dopo i Cakchiquel dovettero sottomettersi al dominio spagnolo ed il 12 gennaio 1528 accettare di pagare il tributo:

Qui a Tzololá, il giorno 6 Tzíi [12 gennaio del 1528], fu introdotto il tributo. […] Il giorno 13 Ah [12 agosto del 1530] si compirono trentaquattro anni dalla rivoluzione[84]. Durante quell'anno furono imposti tributi terribili. Si diede oro in tributo a Tunatiuh; gli si diedero quattrocento uomini e quattrocento donne per andare a lavare l'oro. Tutti quanti estraevano oro[85].

La dominazione spagnola in Guatemala risultò così consolidata.

L'idea che della conquista si fecero i differenti gruppi maya presenta caratteristiche che la rendono inconfondibile. Innanzitutto troviamo in essi, più ancora che negli aztechi, la preoccupazione millenaristica di indicare la data precisa in cui ciascun avvenimento ha avuto luogo[86].

Così, ad esempio, nella cronaca di Chac Xulub Chen[87], che sembra essere la testimonianza più antica inerente alla conquista dello Yucatán, vengono registrate con estrema precisione temporale le tre spedizioni che raggiunsero le coste dello Yucatán, ovvero quella di Hernández de Córdoba, quella di Grijalva e quella di Cortés[88].

A proposito della prima, si legge nella cronaca che «in quell'anno finirono di alzare il katún, finirono di erigere la pietra pubblica, che veniva collocata in piedi ogni venti tune o anni, prima che arrivassero i signori stranieri […] dopo che giunsero gli uomini di Castiglia non si tornò mai più a fare questo […]»[89].

L'arrivo degli spagnoli significò quindi, come traspare dalle parole di Ah Nakuk Pech, l'annichilimento di una cultura, quella maya, insieme alle usanze ad essa legate, come l'antica tradizione di ergere le pietre commemorative dei Katún.

La stessa accuratezza nell'indicare lo sviluppo cronologico degli eventi la ritroviamo nelle testimonianze in quiché ed in cakchiquel, che segnalano anch'esse, con dovizia di particolari, l'anno e il giorno in cui fecero la loro apparizione gli uomini di Castiglia.

In stretta connessione con il tema del tempo appaiono inoltre una serie di profezie, appartenenti ai testi di Chilam Balam, di antichi sacerdoti che predicono con angoscia l'arrivo degli dzule o stranieri[90].

Secondo le fonti indigene i Maya yucatechi, al tempo della prima incursione armata ad opera di Montejo, stavano già aspettando l'inizio di una nuova era; infatti, durante i cento anni anteriori alla Conquista, cinque “Gran Sacerdoti”, Chilam Balam, Napuc Tun, Ah Kuil Chel, Nahau Pech, Natzin Abún Chan, avevano parlato della venuta di un nuovo mondo e, con esso, di una nuova religione, il cristianesimo[91].

Il tono di questi testi appare di rassegnata attesa di eventi inevitabili[92]:

Buona è la parola che viene dall'alto Padre. Entra il suo regno, entra nelle nostre anime il vero Dio […]. Falsi sono i loro Re, tiranni sui loro troni, avari dei loro fiori. Di gente nuova è la loro lingua, nuove le loro sedie, le loro coppe, i loro cappelli; picchiatori di giorno, oltraggiatori di notte, massacratori del mondo! […]. Non c'è verità nelle parole degli stranieri[93].

Si potrà discutere sul fatto che queste profezie siano state davvero pronunciate prima dell'arrivo dei conquistatori, ma, anche se così non fosse, testimoniano comunque l'impegno dei Maya nel giungere con la loro astrologia, le loro “ruote” o cicli di katún, la loro scienza del tempo, ad una interpretazione coerente di quei fatti che dovevano trasformare violentemente la loro visione del mondo, le loro forme di adorazione e tutto l'antico modo di vivere[94].

È certo che negli altipiani del Guatemala, così come nel mondo azteco e in quello incaico[95], si credette, in principio, che gli stranieri fossero dei; ciò non avvenne invece nello Yucatán dove , sin dall'inizio, i maya chiamarono gli spagnoli dzule, forestieri, e in un secondo momento “ stranieri mangiatori di anone”, perché videro che gli uomini di Castiglia, a differenza di loro stessi, mangiavano quei frutti[96].

Comunque, l'aspetto forse più interessante delle testimonianze maya, attraverso le quali si può percepire la loro “visione filosofica” della conquista, è nei giudizi che su di essa espressero:

Ogni luna, ogni anno, ogni giorno, ogni vento, cammina e pure passa. Anche ogni sangue giuge al luogo della sua quiete, come giunge al suo potere e al suo trono. […] Allora tutto era buono e allora furono abbattuti. C'era in loro saggezza. Non c'era allora peccato. C'era santa devozione in loro. Sani vivevano. Non c'era allora malattia; non c'era male alle ossa; non c'era febbre per loro, non c'era vaiolo […] Ben dritto era il loro corpo allora. Non fu così quello che fecero gli Dzul quando giunsero qui. Essi insegnarono la paura; e giunsero per far appassire i fiori. Perché il loro fiore vivesse danneggiarono e succhiarono il fiore degli altri[97].

La condanna dei sacerdoti e dei savi maya sopravvissuti è fondata su precise ragioni: come gli Aztechi, essi sono coscienti che i loro dei sono morti. Sanno che il cristianesimo predica l'amore e la pace, ma vedono con i propri occhi che il modo di agire dei cristiani è in contraddizione con quello che dicono:

Fu solamente attraverso il tempo folle, attraverso i folli sacerdoti, che entrò in noi la tristezza, che entrò in noi il Cristianesimo. Perché i ‘molti cristiani' giunsero qui con il vero Dio; ma questo fu l'inizio della nostra miseria, l'inizio del tributo, l'inizio dell'elemosina, l'inizio delle battaglie con armi da fuoco, l'inizio dei soprusi, l'inizio delle spogliazioni di tutto, l'inizio della schiavitù per debiti, l'inizio dei debiti caricati sulla nostra schiena, l'inizio della continua rissa, l'inizio della sofferenza. Fu l'inizio dell'opera degli spagnoli e dei ‘padri', l'inizio di servirsi dei cacicchi, dei maestri di scuola e dei magistrati. Anche se erano bambini piccoli, ragazzi dei villaggi, li si martirizzava! […] Ma verrà il giorno in cui arriveranno fino a Dio le lacrime dei suoi occhi e scenderà la giustizia di Dio di colpo sul mondo[98].

In realtà coloro che hanno scritto i libri di Chilam Balam avevano già accettato, almeno in parte, il cristianesimo e prova ne sono le numerose citazioni ed idee religiose mutuate alla tradizione cristiana. Ciò che sembra spingere i Maya a ribellarsi e a condannare gli stranieri è il loro modo di agire e di comportarsi con gli indios, incoerente con quello che affermavano, nonché la contingente e reale minaccia di sottomissione di un'intera civiltà.



[1] Victor W. Von Hagen, Il mondo dei Maya, Roma, Newton, 1993, pag.7.

[2] Il primo viaggio è datato 1492 con sbarco nell'isola salvadoreña di Guanahani e a Cuba; il secondo è del 1493 con sbarco ed esplorazione della Dominicana, della Guadalupa, della Giamaica, di Portorico, delle isole Vergini e di S. Cristoforo; il terzo è del 1498 con sbarco sul continente americano e scoperta di Trinidad e della costa del Venezuela, Sebastián Quesada, Imágenes de América Latina, Madrid, Edelsa, 2002, pag. 39.

[3] Probabilmente i Maya usavano vari termini per designare i diversi regni o regioni geografiche in cui era divisa l'area di cultura maya. Si è certi che molti di essi derivavano dal nome dei nobili e delle famiglie che governavano. Secondo López de Cogolludo il nome del paese era Maya e la lingua Mayatan. Oggi si tende a preferire il termine Mayab, “paese dei Maya”, Chiara Bollentini (a cura di), Libro di Chilam Balam di Chumaiel, Bulzoni, 1998, pag. 40, nota 58.

[4] Sono state formulate innumerevoli teorie sull'origine dei popoli aborigeni americani; tuttavia gli storici riconoscono oggi la loro origine asiatica-siberiana, che già fu segnalata nel XVI secolo dal gesuita Padre Acosta nella sua Historia natural y moral de las Indias, cfr. Quesada, op. cit., pag. 26.

[5] B. De Lizana, Historia de Yucatán, Madrid, Historia 16, 1988, pag. 12.

[6] In Belize Richard MacNeish e Jeffrey Wilkerson scoprirono luoghi simili risalenti al periodo 9000-2000 a. C.; ibid.

[7] Libro di Chilam Balam di Chumaiel, op. cit., pag. 11.

[8] Per quanto riguarda la divisione della storia maya in Periodi o Epoche culturali è d'obbligo ricordare che le epoche furono stabilite inizialmente in base ad un criterio artistico; tuttavia, costituiscono oggi un punto di riferimento fondamentale per poter analizzare l'evoluzione non solo artistica ma anche sociale del popolo maya; Piedad Peniche Rivero, Sacerdotes y comerciantes. El poder de los mayas e itzaes de Yucatán en los siglos VII a XVI, México, Fondo de cultura económica, 1990, pag. 23.

[9] L'altipiano, con le sue condizioni ambientali favorevoli, sembrerebbe la regione più adatta alla formazione di una società evoluta, eppure, dopo un exploit iniziale, tutto si fermerà e nessun altro contributo verrà dato da questa zona al progresso della cultura maya, che fiorirà invece a ritmo veloce nelle pianure; Libro di Chilam Balam di Chumaiel, op. cit., pag. 11.

[10] I reperti archeologici ed, in particolare, il ritrovamento in alcuni giacimenti nel nord dello Yucatán di conteggi rudimentali e di orecchini in giada azzurra sembrerebbero testimoniare che il commercio a lunga distanza si era già sviluppato verso il 1300 a.C.; De Lizana, op. cit., pag. 13.

[11] Gli olmechi penetrarono anche nelle terrre basse maya dove ancora è visibile la loro influenza in luoghi come Xoc o Seibal, o la caverna di Loltún, situata al nord dello Yucatán, ibid.

[12] Ibid.

[13] Libro di Chilam Balam di Chumaiel, op. cit., pagg. 12-13.

[14] Con il nome di Teotihuacán, dall'azteco “luogo in cui uno si trasforma in Dio”, si designa uno dei centri urbani più importanti di tutta l'America Precolombiana, sede di.uno dei primi imperi esistiti nel continente americano con una popolazione di quasi 250000 abitanti. Il dominio di Teotihuacán influenzò numerose valli messicane, ad esempio le zone di Puebla-Tlaxcala e le terre dell'altipiano guatemalteco (Quesada, op. cit., pag. 20).

[15] Ciò è dimostrato ad esempio dalla rappresentazione di due guerrieri teotihuacani accanto al re maya Cielo Tormentoso sulla stele 31 di Tikal (De Lizana, op. cit. pag. 13).

[16] Richard Luxton, Sueño del camino maya, México, Fondo de cultura económica, 1986, pag.22.

[17] Ivi, pag. 52.

[18] Ivi, pagg. 52-53.

[19] Libro di Chilam Balam di Chumaiel, op. cit., pag. 12.

[20] De Lizana., op. cit., pag. 14.

[21] Chontal, dal náhuatl (lingua degli aztechi e di coloro che abitavano il Messico centrale) Chontalli, “straniero”, designa tre o quattro gruppi linguistici differenti tra cui i Maya di Tabasco.

[22] Le Cronache maya individuano in “Chakanputún” il luogo di provenienza degli Itzá, nome che designa Champotón nel Tabasco. Inoltre per la lingua che parlavano, “puthuntan” ovvero maya-chontal, e per l'abilità nella navigazione gli storici concordano nell'identificare il Tabasco come patria e luogo di provenienza degli Itzá; Peniche Rivero, op. cit., pag. 127.

[23] Il nome deriva da Cuzamil: “il luogo delle rondini”. Cozumel era con Chichén Itzá il più importante luogo di pellegrinaggio di tutta la Mesoamerica. Sull'isola si trovavano, infatti, il santuario e l'oracolo della dea della luna Ix Chel. La dea, protettrice delle relazioni sessuali e della procreazione, era rappresentata da una grande figura di ceramica unita alla parete del santuario. Al di là della parete c'era un sacerdote che, attraverso un'apertura sul retro della statua rispondeva alle richieste dei pellegrini, cit. in J. Eric S. Thompson, Historia y religión de los Maya, México, Siglo XXI Editores, 1987, pag. 237.

[24] Chichén Itzá fu la capitale Itzá per eccellenza ed in essa si trovava il famoso pozzo in cui si svolgeva il rito del sacrificio alle divinità dell'acqua. Da qui l'origine etimologica del nome che significa: “orlo del pozzo dello stregone dell'acqua”; Libro di Chilam Balam di Chumaiel, op. cit., pag. 33, nota 44.

[25] Si tratta di un popolo messicano chiamato in aiuto da Hunac Ceel, sovrano di Mayapán, nella guerra contro Chichén Itzá nel 1194 d. C., ivi, pag. 22.

[26] Chilam, che significa “colui che è bocca”, ma che in senso figurato vuol dire giaguaro o stregone, è il titolo che veniva dato alla classe sacerdotale; Luxton, op. cit., pagg. 35-36.

[27] I primi riferimenti certi all'esistenza dei libri di Chilam Balam risalgono all'inizio del 600 quando Sánchez de Aguilar li menziona nel suo Informe contra idolorum cultores del Obispado de Yucatán, Libro di Chilam Balam di Chumaiel, op. cit., pag. 20.

[28] Tra i vari manoscritti quello di Chumayel, datato circa 1782, è il più importante. Fu trovato nell'omonimo villaggio verso la metà dell'800 e consegnato al vescovo Crescencio Carrillo y Ancona che fu il primo a tradurre, seppur in modo frammentario, questo documento, ivi, pagg. 20-21.

[29] La città in cui nacque il culto di Quetzalcóatl, era Tula capitale dei Toltechi. Lo stesso entrerà poi a far parte del pantheon maya con il nome di Kukulcán in seguito all'invasione tolteca dello Yucatán; Quesada, op. cit., pag. 20.

[30] È un compendio di “historia natural y moral” in cui vengono affrontati i più svariati argomenti, offrendo così un quadro generale di ciò che era lo Yucatán. L'opera, basata interamente su fonti indigene, ha meritato il soprannome di “stele di Rosetta” della cultura maya per la ricchezza di informazioni che racchiude; Peniche Rivero, op. cit., pag. 33.

[31] Diego de Landa, Relación de las cosas de Yucatán, Madrid, Historia 16, 1985, pagg.12-13.

[32] L'arrivo di Kukulcán da ovest e degli Itzá da est concorderebbe anche con la tradizione della grande e piccola discesa menzionate da Lizana, ossia un'invasione dello Yucatán su grande scala da est ed un'altra, su piccola scala da ovest; De Lizana, op. cit., pag. 54.

[33] Quando si parla di messicani o cultura messicana si intendono, in genere, le civiltà non maya del Messico, ad esclusione della civiltà zapoteca di Oaxaca.

[34] In seguito i due gruppi, Itzá e Toltechi, si fusero dando vita ad una cultura marcatamente messicana; Libro di Chilam Balam di Chumaiel, op. cit., pag 25, nota 1.

[35] Quetzal designa un uccello dal piumaggio verde-azzurro che nella lingua maya si chiamava kuk, da cui il nome di Kukulcán, il dio serpente ornato dalle piume di questo uccello. Kuk sta quindi al posto di Quetzal, ul significa “piume” e can “serpente”, ivi, pag. 32, nota 42.

[36] De Lizana, op. cit., pagg 14-15.

[37] Peniche Rivero, op. cit., pagg.132-133.

[39] “Con il termine “cenote”, dal maya dzonot, si indica il pozzo d'acqua naturale. Poiché lo Yucatán è una regione prevalentemente arida i popoli indigeni costruirono le città in vicinanza di questi pozzi, per questo il termine Dzonot accompagna molti nomi dei villaggi della penisola” (Libro di Chilam Balam di Chumaiel, op. cit., pag. 29, nota 27).

[40] L'usanza era di gettare le vittime in acqua la mattina presto e se a mezzogiorno una di esse era ancora viva la si doveva ripescare perché, secondo la credenza, portava un messaggio da parte degli dei concernente la predizione sull'anno (Peniche Rivero, op. cit. pag. 152).

[41] La Lega era costituita da due dinastie itzaes, i Copules di Chichén e i Cocomes di Mayapán, e dagli Xiues signori di Uxmal. Intorno alla fine dell'undicesimo secolo Uxmal verrà abbandonata e sarà sostituita nella Lega da Izamal (ivi, pag. 151 e Libro di Chilam Balam di Chumaiel, op. cit., pag. 28, nota 14).

[42] Hunaccel (o Hunac Ceel) si adoperò affinché la sua città avesse un ruolo più importante nell'alleanza. Fu così che intorno al 1194, aiutato da una popolazione messicana, i chichimeca, ordì una congiura contro Chichén Itzá. In seguito Mayapán regnò incontrastata nella penisola fino al 1450, quando gli Itzá si rivoltarono contro il pesante dominio di Mayapán (ivi, pag. 33, nota 44).

[43] De Landa, op. cit., pagg. 13-14.

[44] Peniche Rivero, op. cit., pag. 184.

[45] De Landa, op. cit., pag. 17.

[46] Ivi, pag. 16.

[47] Tulum in lingua maya significa “terra impoverita” o “terra murata”. Non si sa quando fu dato questo nome alla città, anticamente chiamata in lingua indigena Zama, ovvero “alba”, “risveglio” (Luxton, op. cit., pagg. 80-81).

[48] Gli Xiu, popolo della civiltà tolteca-chichimeca del sud del Messico, aiutarono gli Itzá contro Mayapán. Tutul Xiu fu un loro importante capo che regnò insieme ai governatori di Chichén e Mayapán all'epoca della Lega di Mayapán (Libro di Chilam Balam di Chumaiel, op. cit., pagg. 39-40, nota 57).

[49] Peniche Rivero, op. cit., pag. 186.

[50] De Landa, op. cit., pag.18; in effetti morirono tutti i Cocomes, tranne uno, che avrebbe in seguito fondato il regno di Sotuta (ivi, pag. 19).

[51] Libro di Chilam Balam di Chumaiel, op. cit., pag. 12.

[52] Luxton, op. cit., pag. 21.

[53] I Pipil, popolo discendente da tribù messicane di lingua náhuatl, giunsero a El Salvador intorno all'XI secolo dopo il crollo della dinastia maya (A. White, El Salvador, Uca, San Salvador, 1999).

[54] Libro di Chilam Balam di Chumaiel, op. cit., pag. 40, nota 58.

[55] È possibile osservare in tutte le terre basse una certa uniformità culturale derivata da diversi fattori: il clima, caratterizzato da un massimo di piogge in estate, il sistema economico, basato sulla coltivazione del mais, e la religione dell'élite, organizzata intorno al culto della divinità Itzam Na (Peniche Rivero, op. cit., pag. 21).

[56] Ibid.

[57] Luxton,, op. cit., pag. 21.

[58] Mercedes de la Garza, La conciencia histórica de los antiguos mayas, Messico, Centro di studi maya, U. N. A. M., 1975.

[59] Peniche Rivero, op. cit., pag. 21.

[60] Silvanus G. Morley, La civilización Maya, México, Fondo de cultura económica, 1947.

[61] Nel XVI secolo questo gruppo viveva isolato nel nord dello stato di Veracruz e in alcuni tratti contigui del Messico nord-orientale, ivi, pag. 35.

[62] Ivi, pag. 36.

[63] Si tratta dei sac be, meglio conosciuti con il nome di “caminos blancos”, che collegavano città distanti tra di loro centinaia di chilometri (Luxton, op. cit., pag. 21).

[64] Ivi, pagg. 19-21.

[65] Particolarmente interessanti risultano, a questo proposito, le cronache e le relazioni di conquistadores, governatori e religiosi. Posteriormente alcune di esse sono state pubblicate in apposite raccolte, tra le più importanti citiamo: Hernán Cortés, Cartas de Relación de la Conquista de México, Gayangos, Paris, 1866, e AA. VV., Crónicas de la Conquista [1520], Universidad Nacional Autónoma de México, México, 1963.

[66] Miguel León Portilla, Il rovescio della conquista, Milano, Adelphi, 1974, pagg. 73-74.

[67] Ivi, pag. 67.

[68] Ibid.

[69] Peniche Rivero, op. cit., pagg. 133-134.

[70] Gli uomini bianchi vengono spesso menzionati nelle cronache indigene yucateche con il nome di Dzule, ovvero “signori stranieri”, o anche con l'espressione “stranieri mangiatori di anone”, Libro di Chilam Balam di Chumaiel, op. cit., pag. 40.

[71] Si tratta della “Grande Rivolta” maya del 1546-47, De Lizana, op. cit., pag. 16.

[72] La città era la capitale dello Stato azteco, impero potente e ricco che dominava vaste regioni dal Golfo del Messico al Pacifico. La conquista dello stato azteco ebbe inizio nel 1519 e si concluse il 13 agosto 1521 con la caduta di Tenochtitlan e del suo ultimo sovrano Cuauhtémoc (León Portilla,, op. cit., pagg.16-18).

[73] Ivi, pag. 68.

[74] I signori di Tlaxcala preferirono, per la loro rivalità con gli Aztechi, allearsi sin da subito con gli spagnoli, partecipando poi a molte delle successive campagne di conquista (ivi, pag. 74).

[75] Ivi, pag. 68.

[76] Ibid.

[77] Tonatiuh, dal náhuatl “il sole”, è il soprannome che gli Aztechi diedero sin dal principio a Pedro de Alvarado.

[78] Adrián Recinos (a cura di), Memorial de Sololá, Anales de los Cakchiqueles, México, Fondo de cultura económica, 1950, pag. 124.

[79] León Portilla, op. cit., pag. 69.

[80] Adrián Recinos (a cura di), Crónicas Indígenas de Guatemala, Editorial Universitaria, Guatemala, 1957, pagg. 90-92.

[81] León Portilla, op. cit., pag.69.

[82] Memorial de Sololá, Anales de los Cakchiqueles, op. cit., pagg. 125-126.

[83] León Portilla, op. cit., pagg. 105-106.

[84] Si allude ad una celebre rivolta istigata, nel 1493, da Cay Hunahpú e il suo popolo, i tukuché, che furono sgominati dai signori cakchiquel, ivi, pag. 106.

[85] Memorial de Sololá, Anales de los Cakchiqueles, op. cit., pagg. 135-137.

[86] Tzvetan Todorov, La conquista dell'America, Il problema dell'altro, Torino, Einaudi, 1984, pag. 103.

[87] Si tratta di una delle più antiche cronache maya e fu composta da Ah Nakuk Pech, signore del luogo e, come ripete egli stesso più volte, testimone oculare della conquista. Il racconto inizia con la prima comparsa degli uomini di Castiglia e arriva sino agli avvenimenti dell'anno 1554 nello Yucatán, Crónica de Chac Xulub Chen, traduzione di Héctor Pérez Martínez, in Crónicas de la conquista de México, Biblioteca del estudiante universitario, México, 1950.

[88] León Portilla, op. cit., pag. 77.

[89] Ivi, pagg. 77-78.

[90] Libro di Chilam Balam di Chumaiel, op. cit., pag. 121.

[91] Luxton, op. cit., pagg. 33-34.

[92] Libro di Chilam Balam di Chumaiel, op. cit., pag. 121.

[93] Si tratta della profezia del sacerdote Chilam Balam, cantore nell'antica Maní, ivi, pag. 124.

[94] León Portilla, op. cit., pag. 78.

[95] Gli Aztechi e gli Incas interpretarono l'arrivo degli spagnoli secondo il mito del ritorno di Quetzalcóatl e Viracocha, rispettivamente (Peniche Rivero, op. cit., pag.134).

[96] León Portilla, op. cit., pag. 79.

[97] Libro di Chilam Balam di Chumaiel, op. cit., pag. 42.

[98] Ivi, pagg. 36-37.