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Capitolo terzo La fase finale della conquista 3. 1. La resistenza di Nachí Cocom e la fondazione di Mérida La terza e decisiva fase della conquista, condotta da Montejo el Mozo, fu “una lotta a morte con l'oriente, quando le sue province erano già terribilmente debilitate dalle epidemie europee” [1] . Ma, nonostante tutto, quei maya che avevano cacciato via gli spagnoli dallo Yucatán alla fine del 1534 resistettero nuovamente all'aggressione, virtualmente ‘hasta morir'. Per quanto riguarda la distruzione degli indios avvenuta nel XVI secolo è opportuno precisare che, a quell'epoca, in mancanza di statistiche, il numero di indigeni uccisi poteva essere oggetto di semplici supposizioni, peraltro spesso contraddittorie. Solo attualmente alcuni storici sono riusciti, con metodi ingegnosi, a stimare con notevole verosimiglianza la popolazione del continente americano alla vigilia della conquista, per confrontarla poi a quella che vi si trovava cinquanta o cento anni più tardi, secondo i censimenti spagnoli [2] . Si può ritenere che nel 1500 la popolazione americana fosse di circa 80 milioni di abitanti; di questi, verso la metà del XVI secolo, ne restavano soltanto 10. Limitando il discorso al Messico, all'arrivo dei conquistadores la popolazione era di circa 25 milioni di abitanti, ma nel 1600 era ormai ridotta a 1 milione [3] . Gli spagnoli non procedettero a uno sterminio diretto di quei milioni di indios, né, comunque, sarebbero stati in grado di farlo. Se si guarda alle forme assunte dalla diminuzione della popolazione, si riscontra che esse furono essenzialmente tre [4] : - per uccisione diretta, durante le guerre o al di fuori di esse (numero elevato, ma relativamente esiguo), - in seguito a maltrattamenti (numero più elevato), - per malattie (la maggior parte della popolazione). Per ‘maltrattamenti' si intendono sia le durissime condizioni di lavoro imposte dagli spagnoli, soprattutto nelle miniere, sia gli onerosi tributi pretesi dagli encomenderos. Motolinia [5] osservò in proposito: “Le imposte di cui gli indios venivano gravati erano talmente elevate, che molte città, non essendo in grado di pagarle, vendevano agli usurai le terre e i figli dei poveri; ma poiché le esazioni erano assai frequenti e gli indios non potevano liberarsene neppure vendendo tutto ciò che avevano, alcune città si spopolarono completamente e altre perdettero una parte della popolazione” [6] . La riduzione della popolazione fu senza dubbio dovuta alle epidemie, ma bisogna considerare che gli indigeni furono particolarmente vulnerabili alle malattie europee proprio perché estremamente debilitati dalle dure condizioni di vita, a cui spesso si aggiunse la riduzione in schiavitù della popolazione. Oltre a un aumento della mortalità, le vessazioni provocarono anche una diminuzione della natalità: “Non si accostano più alle loro donne per non generare degli schiavi” [7] . E Las Casas annotava: In questo modo, marito e moglie non stavano insieme né si vedevano per otto o dieci mesi, o per un anno intero; quando alla fine si ritrovavano, erano così stanchi e spossati dalla fame e dalle fatiche, così sfiniti e indeboliti gli uni e le altre, che poco si curavano di avere dei rapporti coniugali. Così cessarono di procreare. I neonati morivano subito, perché le madri, stanche e affamate, non avevano latte per alimentarli. Quand'ero a Cuba, 7000 bambini morirono in tre mesi per questa ragione. Alcune madri affogavano i loro bambini per disperazione; altre, accorgendosi di essere incinte, abortivano con l'aiuto di certe erbe che fanno partorire figli nati morti
[8]
. Solo in questa fase, 1540-47, avvenne la vera e propria conquista dello Yucatán: avanzando verso nord e catturando Ah Kin Chuy, sacerdote del pueblo di Peba, che aveva dato vita a una coalizione assieme a Nachí Cocom [9] , i conquistatori sconfissero l'esercito di quest'ultimo. Durante quello stesso mese si presentò davanti a Montejo Tutul Xiu, signore di Maní, che rinnovò l'obbedienza agli spagnoli e si offrì di aiutarli nel conseguire più facilmente la remissione di altre province; in cambio questi promisero agli Xiu di proteggerli dal loro mutuo nemico, Nachí Cocom, signore di Sotuta [10] . Grazie all'alleanza con gli Xiu, in un anno le province del nord vennero pacificate e in breve tempo vennero fondate San Francisco de Campeche (nel 1541, al posto della vecchia Salamanca) [11] , la futura capitale Mérida (edificata sul pueblo indipendente di T-ho nel 1542) [12] , Valladolid (1543, sull'antica capitale provinciale di Sací) [13] e Salamanca de Bacalar (1544) [14] : la loro dislocazione spaziale permetterà in breve tempo agli spagnoli di esercitare il loro controllo sulla quasi totalità della penisola. Anche la cristianizzazione fu piuttosto rapida: tra la fine del '43 e l'inizio del '45 giunsero nello Yucatán “sette umili francescani” [15] e nacquero in poco tempo i primi conventi: nella cabecera colonial Campeche (1546), a Mérida (dove cinque frati iniziarono i lavori in un tempio preispanico), Maní, Conkal e Izamal [16] . Se non si hanno prove dirette di alleanze militari tra i vari stati indipendenti yucatechi in tempi preispanici, è certo che i guerrieri cupules e cochuahes si unirono ai cocomes di Sotuta per attaccare gli spagnoli a Mérida nel 1542 [17] . In effetti, poco dopo la fondazione di Mérida e del suo distretto [18] , i maya di queste province, guidati ancora una volta dall'intransigente cacique di Sotuta, organizzarono una nuova coalizione, a cui probabilmente parteciparono anche Ah Kin Chel ed altri pueblos già sottomessi vicini a Mérida [19] . Seguì una battaglia disperata: la cavalleria, gli archibugi, le balestre e i tiratori causarono una tremenda carneficina tra i maya. Il cronista francescano López Cogolludo descrisse così questa battaglia: […] por haber tantos indios como hojas en los árboles, en que hizo grandísimo efecto al socorro de la pólvora y los arcabuces, que mataron gran multitud de indios, y los ballesteros no pequeña. Los de a caballo hicieron gran destrozo, porque atropellando a unos, impedían la fuga a otros, que desesperados se metían por las lanzas y espadas, y como en gente desnuda se hizo gran carnicería. Quedaron montones de indios muertos, que a veces servían de reparo a los españoles […]. Ahuyentaron para siempre a los que vivos quedaron, que nunca más dieron batalla general en público, excepto cuando se rebelaron los Cupules, porque desde este día todos fueron asaltos y encubiertas
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. La nascente resistenza, indebolita, si ridurrà a disperse azioni locali e non si dimostrerà più capace di darsi un'organizzazione simile a quella adottata a T-ho, assestandosi nella scomoda forma della guerra di guerriglia [21] . Inga Clendinnen, per spiegare l'impossibilità di un ritorno all'iniziale opposizione organizzata da parte dei maya, propone due spiegazioni [22] : - il riconoscimento della superiorità militare degli spagnoli (combattenti provetti che possono contare su moschetti e balestre), - l'impossibilità di mettere ancora insieme un'armata significativa. Molti indigeni che avevano abbandonato le loro case durante la guerra di Mérida non vi fecero più ritorno, emigrando verso Cochuah, Chikinchel e Calotmul; i resistenti, guidati dall'“astuto e implacabile nemico degli spagnoli” [23] Nachí, si assestarono nelle zone meridionali ed orientali. La figura di Juan Nachí Cocom è emblematica dell'opposizione agli invasori: innovatore e pianificatore, aveva organizzato la federazione di province che era quasi riuscita a sconfiggere gli spagnoli a Tiho, per essere poi coinvolto, quattro anni dopo, nella formidabile organizzazione della Grande Rivolta. Dopo aver guidato con determinazione la resistenza agli europei durante la guerra, continuò ad opporvisi usando l'astuzia quando il conflitto era ormai concluso e la penisola ormai pacificata, usando istituzioni e mezzi spagnoli per conseguire obbiettivi utili ai maya. Esemplificativi a questo proposito furono i rapporti di Nachí con Diego de Landa [24] : il mantenimento del suo ruolo tradizionale richiedeva infatti la penetrazione dei misteri del sapere europeo. In generale l'élite maya, appassionata delle discussioni di cosmologia, era desiderosa di ascoltare le spiegazioni cristiane in merito ad ogni evento dell'universo, dalla Creazione all'avvento delle eclissi, argomenti poi discussi in juntas notturne con l'aiuto dei “libri sacri” [25] . Il francescano lo considerava “un uomo di grande reputazione, istruito nei suoi affari, e di rimarchevole discernimento e altrettanto edotto delle questioni dei nativi”; inoltre “gli mostrò un libro che era appartenuto a suo nonno, un figlio del Cocom che era stato ucciso a Mayapán” [26] . Si può supporre che il libro menzionato da Landa custodisse quei títulos che tramandavano la memoria collettiva della comunità e che costituivano il fondamento del potere territoriale dell'élite maya: consisteva in un insieme di atti, mappe, testamenti, accordi sui confini e altre carte che si riferivano alla terra, e che ogni comunità custodiva gelosamente da tempi immemorabili [27] . Anche se non è azzardato credere che Juan Nachí abbia ordinato di crocifiggere bambini, versato sugli idoli il sangue delle vittime sacrificali e, alla sua morte, il suo cadavere sia stato esumato e gettato sul fuoco per essere bruciato con gli idoli [28] , è però indubbio che le confessioni [29] in cui compare il suo nome si siano svolte sotto tortura: termini quali ‘crocifissione' e ‘sacrificio umano' sarebbero in gran parte inventati o, per meglio dire, rientravano con più facilità nel vocabolario ecclesiastico [30] . Del resto, era questa la situazione nelle zone controllate dai Cocom, fin dall'inizio ostili alla cristianizzazione forzata: “Imprime en ellos muy poco la doctrina que les enseñan los religiosos” [31] . Al termine della terza campagna militare l'occidente, “de buen o mal grado”, si sottomise agli spagnoli; l'oriente, contrariamente, continuò a resistere, a ribellarsi, ad insorgere apertamente [32] . Crudele e sanguinaria, in particolare, fu la conquista di Chetumal ad opera dei Pachecos [33] . Landa informa che questa provincia e quella di Cochuah, che erano le più popolate, dopo la ‘pacificazione' rimasero “las más desventuradas de toda la tierra” [34] . Simile destino ebbero i territori di Chauaca e Acalán, anch'essi vittime della ‘pacificazione'; l'eufemismo di Landa per indicare il metodo della congregazione: incendiare e radere al suolo i pueblos per ridurli e lasciarli in mano ai francescani [35] . Esistono prove che, accanto alla resistenza attiva al controllo spagnolo, si mantenevano vivi tra gli orientali gli sforzi per contrastare il processo di annichilimento della cultura maya attraverso il perpetuarsi delle antiche pratiche rituali, che addirittura in questo periodo si intensificarono. Un documento spagnolo dice al riguardo che nell'anno 1585 c'erano “chiese pubbliche” in Ecab e nel pueblo di Sinsimato e che proprio in questi luoghi essi ‘idolatravano' [36] . Ma la più grande prova di unità che diede l'oriente insieme a Chakán, la provincia degli Euanes, alleati degli orientali, fu senza dubbio la Grande Rivolta del 1546-47, durante la quale i maya riuscirono nuovamente a mettere insieme un'armata piuttosto significativa [37] . Fu fino alla fine della “Guerra de Castas” (1848-1901), quando l'oriente smise di invocare Chilam Balam, che ebbe luogo l'ultima ribellione contro il potere di Mérida. Allora il Chilam Balam di Maní, nella cui capitale aveva avuto luogo la distruzione dell'antico sapere attraverso il famoso “auto de fe de Maní [38] ”, riconosceva la sconfitta che i maya orientali ancora non volevano accettare: […] vinieron lo dzules y todo lo deshicieron, enseñaron el temor, marchitaron las flores, chuparon hasta matar la flor de los otros porque viviese la suya […]. Y así se asentó el segundo tiempo, comenzó a señorear y fue la causa de nuestra muerte. Sin sacerdotes, sin sabiduría, sin valor y sin verguenza, todos iguales
[39]
. Deshicieron, marchitaron, chuparon…alla fine anche l'oriente fu asservito; ma in nessun caso si può affermare che abbia mai accettato di collaborare con il potere coloniale di Mérida e Valladolid. 3. 2. La cospirazione di Cupules e Cochuaes (1542-45) e la presa di Uaymil-Chetumal (1543-45) Nonostante la conquista della zona di Mérida e l'occupazione delle coste occidentali e settentrionali, restavano ancora da assoggettare i territori orientali, i più indomiti della penisola: Sotuta, Cochuah, Cupules, Uaymil-Chetumal, Chikinchel ed Ecab, tutti popoli determinati a combattere fino alla fine [40] . Secondo i nuovi piani, Montejo el Mozo si sarebbe occupato dei cacicazgos interni, soprattutto Sotuta, mentre Montejo el Sobrino avrebbe intrapreso la conquista delle provincie del nordest, Chikinchel, Tazes, Ecab, ed anche Cupules e Cochuaes [41] . Il primo obbiettivo dei conquistatori fu, ovviamente, il centro principale della resistenza maya, Sotuta, e la resa del suo signore Nachí Cocom, principale protagonista della lotta maya per tutta la durata della conquista. Sconfitto pesantemente nella battaglia, l'orgoglioso Nachí fu alla fine obbligato a riconoscere il señorío degli odiati spagnoli, pur senza rinunciare, segretamente, ai propri progetti d'indipendenza; Montejo el Mozo riuscì addirittura ad ottenere la conversione di Nachí al cristianesimo, in cambio gli veniva concesso di mantenere il ruolo di cacique all'interno del suo popolo [42] . Alla resa di Nachí seguì la rapida occupazione di Calotmul e di altre regioni sud-orientali dove molti maya ribelli avevano trovato rifugio. In particolare Calotmul, distretto semi-indipendente governato da membri della famiglia Xiu che, a differenza degli Xiu di Maní, avevano rifiutato l'alleanza con gli spagnoli, accolse quelle popolazioni che avevano disertato durante la guerra di Mérida, abbandonando i loro pueblos e rifugiandosi in questo isolato distretto [43] . Nel frattempo, Montejo el Sobrino percorse la parte orientale della penisola fondando nel 1543 la città di Valladolid, nei pressi di Chauaca [44] , ove dieci anni prima aveva avuto luogo una feroce battaglia tra gli indigeni e l'Adelantado. Poiché il nuovo distretto avrebbe dovuto includere i cacicazgos di Ecab, Chikinchel, Tazes, Cupules e Cochuah, immediatamente i caciques delle rispettive province vennero invitati a giurare obbedienza e ad accettare pacificamente il requirimiento. Ancora una volta i maya di queste indomite province rifiutarono il giogo straniero: i potenti capi Cupul della città di Sací organizzarono una nuova grande ribellione, simile tanto per aspetti politici quanto religiosi a quella che aveva determinato la cacciata degli spagnoli da Ciudad Real di Chichén Itzá nel 1534. La cospirazione, che abbracciava tutta la provincia di Cupules e Cochuahes, includendo probabilmente anche il territorio dei Tazes, si estese fino alla stessa Mérida [45] . Anche in questo caso gli spagnoli posero fine alla rivolta attaccando direttamente il cuore della resistenza: Sací venne rapidamente occupata e i principali capi del movimento, soprattutto i sacerdoti, furono catturati e fatti schiavi o, più spesso, giustiziati come ‘esempio'; in questo modo i Cupules e i caciques di Cochuah tornarono apparentemente all'obbedienza. Durante la terza campagna di conquista la cattura e l'asservimento in schiavitù degli indigeni che rifiutavano il dominio dei conquistadores, includendo anche donne e bambini, divenne una pratica piuttosto usuale [46] . Questo fatto, accompagnato da altri atti di crudeltà e da ingiustizie nell'amministrazione della provincia, sarà all'origine dell'indignazione degli ecclesiastici che, a partire da inizio '500, presenteranno alla Corona pesanti accuse nei confronti dei Montejos: manipolazione e vendita di encomiendas, inumanità nei confronti degli indigeni durante le campagne militari, schiavitù illegale e vendita di indios, imposizione di tributi e servizi eccessivi, ecc. [47] . Le Nuevas Leyes del 1542-43 avevano in effetti proibito, in contrasto con le ordinanze precedenti, la schiavitù degli indigeni richiedendo inoltre la libertà di tutti gli schiavi fino ad allora catturati; tuttavia, a causa delle numerose proteste in tutte le colonie, trascorse molto tempo prima che la Corona potesse sanzionare efficacemente questa politica [48] . Il risultato fu che la schiavitù indigena venne perpetrata, non solo per tutta la durata della conquista, ma anche negli anni immediatamente successivi. Agli occhi dei colonizzatori il commercio di schiavi con l'esterno, in particolare con le Indie occidentali, rappresentava un'importante fonte di guadagno, soprattutto alla luce del fatto che lo Yucatán era, e restava, una provincia essenzialmente agricola in cui non esistevano né oro, né argento né, di conseguenza, moneta circolante [49] . Nonostante il brillante trionfo conseguito dagli spagnoli a Sací, la guerra nei territori di Cupul e Cochuah era ancora lontana dalla sua conclusione: le due ostinate province si ribellarono nuovamente e, come in precedenza, il fulcro dell'opposizione fu Sací. Le campagne di sottomissione di questi territori ebbero fine soltanto all'inizio del 1544, quando Montejo el Mozo, sconfitti e costretti all'encomienda Cupules e Cochuaes, spostò la municipalità di Valladolid da Chauaka a Sací. Con l'occupazione del loro principale centro militare e religioso, i Cupules furono costretti a stanziarsi in nuovi pueblos, tra cui Pixtemax, che avrebbe rappresentato, durante la Grande Ribellione, il nuovo fulcro della resistenza [50] . In questi stessi anni aveva luogo la conquista della regione di Uaymil-Chetumal ad opera dei Pachecos [51] , passata alla storia come una delle campagne più sanguinarie e crudeli di tutta la conquista [52] . Anche in questa occasione gli indigeni si opposero fieramente all'invasione, utilizzando tutti quei metodi che erano stati comuni tra i maya nella disperata difesa dei loro popoli: costruirono solide fortificazioni, abbandonarono le loro terre distruggendo anche i raccolti, e scomparvero tra i matorrales per intraprendere la guerriglia [53] . Le caratteristiche del terreno impedirono, in questa occasione, un rapido avanzamento delle truppe spagnole: le innumerevoli paludi e lagune della regione, in contrasto con i terreni aridi del nord, resero l'opera di conquista estremamente lenta e laboriosa. A ciò si aggiunse la continua distruzione dei commestibili da parte indigena: ben presto, poiché la stessa popolazione nativa pativa la fame più orribile, lo scontro si convertì in una guerra di sfinimento per entrambe le parti [54] . Questo tipo di opposizione portò i Pachecos a commettere terribili atti di inumanità: i maya, sia uomini che donne, furono uccisi a bastonate, o lanciati nelle lagune legati a dei pesi affinché affogassero. Cani selvaggi utilizzati nella guerra fecero a pezzi molti indigeni indifesi, e mani, orecchie, nasi furono amputati con una certa frequenza dagli stessi soldati [55] . Alla fine quest'implacabile guerra di terrore costrinse in ginocchio i maya di Uaymil-Chetumal e, conseguito il dominio della regione, Melchor Pacheco fondò la città di Salamanca lungo le sponde della Laguna di Bacalar [56] . La campagna militare prevedeva ora la conquista della regione del Golfo Dolce, ma i Pachecos non riuscirono a conseguire l'occupazione di questo territorio, grazie, soprattutto, all'intervento dei frati domenicani stanziati nella regione di Verapaz [57] . Qui i frati guidati da Bartolomé de Las Casas [58] avevano dato vita nel 1537, con la protezione e l'autorizzazione della Corona, ad un esperimento di ‘riduzione pacifica' degli indigeni [59] . Secondo le disposizioni reali, la popolazione nativa avrebbe dovuto pagare alla Corona unicamente i tributi stabiliti dagli stessi frati e, in nessun caso, sarebbe stata assegnata in encomienda; tutti gli spagnoli dovevano inoltre essere esclusi rigidamente dal territorio, eccetto che con un permesso specifico della Corona. Il progetto ebbe inizialmente esito favorevole [60] : i nativi risposero positivamente agli sforzi pacifici dei frati, accettando il dominio spagnolo e il Cristianesimo. Ben presto questa regione venne conosciuta come Verapaz, la terra della pace vera, in contrasto con il nome originario di Tierra de Guerra [61] . In realtà, l'opera dei frati non fu mai veramente rivolta alla difesa degli indigeni, quanto piuttosto all'accusa dei costumi corrotti e dell'opera dei conquistadores. Lo stesso padre Las Casas denunciò nella sua opera Brevissima relación de la destrucción de Indias (1552) [62] i ripetuti abusi compiuti dai soldati, i quali pretendevano di giustificare le guerre di Conquista in considerazione del fine perseguito, cioè l'evangelizzazione [63] . Las Casas rifiuta questa violenza, ma non vuole porre fine all'annessione degli indiani, vuole soltanto che essa sia compiuta da religiosi anziché da soldati. Il sogno era la creazione di uno Stato teocratico, nel quale il potere spirituale dominasse il potere temporale: “bisogna strappare questa terra al potere dei padri snaturati, e darle un marito che la tratterà in modo ragionevole e secondo i suoi meriti” [64] . Lontano dallo sguardo corrotto del clero secolare e dalla cupidigia irrefrenabile dei coloni, il progetto dei frati era formare delle piccole comunità teocratiche ed ugualitarie, embrioni della Nuova Gerusalemme, Città di Dio in terra americana [65] . Di fronte alla decadenza morale degli europei, alcuni frati considerarono gli indigeni delle ‘anime pie', ancora non alterate dai vizi della civiltà, anime da guidare “con dolcezza” verso quell'unica grande verità universale: il cristianesimo [66] . Leggiamo così nelle parole di Las Casas: Benché in certe cose i loro riti e i loro costumi differiscano, in questo almeno tutti, o quasi tutti, si somigliano: sono semplici, pacifici, umili, generosi, e di tutti i discendenti di Adamo senza eccezione alcuna i più pazienti. Sono anche i più disposti ad essere guidati alla conoscenza della fede e del suo creatore, senza opporvi alcun ostacolo
[67]
. La sottomissione e la colonizzazione dovevano essere conservate ma gestite altrimenti: non solo gli indigeni ne avrebbero guadagnato (non essendo più torturati né sterminati) ma anche il re e la Spagna ne avrebbero tratto grandi vantaggi. Las Casas non manca mai di sottolineare, accanto al primo, questo secondo argomento; in un rapporto del 1516 afferma infatti: “Il tutto sarà di grande profitto per Sua altezza, i cui redditi aumenteranno in proporzione” [68] . È lo stesso atteggiamento che adottano, in proposito, gli altri difensori degli indiani: non bisogna far loro la guerra, non bisogna ridurli in schiavitù, non solo perché così non si infliggono loro sofferenze, ma anche perché si migliorano le finanze spagnole [69] . “Gli spagnoli non si rendono conto -scrive Motolinia- che, se non ci fossero stati i frati, non avrebbero più avuto servitori nelle loro case e nelle loro terre, perché li avrebbero tutti uccisi, come si è visto a Santo Domingo e nelle altre isole, dove gli indios sono stati sterminati” [70] . In effetti l'esperienza dei religiosi venne usata con profitto dalla monarchia spagnola per dare un'efficiente organizzazione economica alla colonia e, soprattutto, per lottare contro il separatismo dei conquistatori, sempre refrattari all'autorità. Sconfitto, o per meglio dire neutralizzato, in un paio di generazioni, il progetto, contraddittorio ma comunque coraggioso, dei frati rimase impresso nell'immaginazione popolare con un senso che andò oltre la sconfitta politica. Le ragioni appaiono del resto piuttosto ovvie: i frati praticavano una dimensione egualitaria e collettiva, in pochi anni impararono le lingue indigene, fondarono scuole e introdussero cerimonie e culti che, sebbene in forma trasfigurata, furono accettati e rivendicati come propri dalle popolazioni autoctone. Ma più di ogni altra cosa essi furono gli unici a reclamare, seppur talvolta in modo ambiguo, la fine delle violenze e dei soprusi sugli indigeni. A Las Casas, in particolare, va riconosciuto il merito di aver evidenziato il paradosso della colonizzazione, compiuta in nome di una presunta superiorità di valori [71] : Non abbiamo alcuna ragione di meravigliarci dei difetti, delle usanze non civili e sregolate che possiamo riscontrare presso le nazioni indiane, né abbiamo ragione di disprezzarle per questo. Infatti, tutte o la maggior parte delle nazioni del mondo furono molto più pervertite, irrazionali e depravate, e fecero mostra di molto minor prudenza e sagacia nel loro modo di governarsi e di esercitare le virtù morali. Noi stessi fummo molto peggiori al tempo dei nostri antenati e su tutta l'estensione del nostro territorio, sia per l'irrazionalità e la confusione dei costumi, sia per i vizi e le usanze bestiali
[72]
. Le leggi e le regole naturali e i diritti degli uomini sono comuni ad ogni nazione, sia essa cristiana o gentile
[73]
, qualunque sia la sua setta, legge, stato, colore e condizione, senza differenza alcuna […] Tutti gli indiani che vi si trovano devono essere considerati liberi: perché in verità lo sono, in base allo stesso diritto per cui io stesso sono libero
[74]
. Quando penetrarono nella regione del Golfo Dolce i soldati dei Pacheco usurparono i territori affidati ai frati domenicani, i quali immediatamente protestarono dinanzi alla Corona a alla Audiencia de los confines [75] , obbligando così i conquistadores ad abbandonare, per il momento, la conquista della regione. Anche il francescano Lorenzo de Bienvenida scriverà, alcuni anni più tardi, una terribile accusa contro i Pacheco e la loro campagna: […] y comieron los mantenimientos a los naturales y la ranchearon y dieron tamenes; y desque se huían los indios, cargaban las mujeres y los indios se huían a los montes, de miedo de los españoles, y ansí murieron de hambre los más de los indios. Y de allí se volvió y dio la capitanía a un su sobrino que llaman Alonso Pacheco. Nerón no fue más cruel que éste. […] Y de esto huían los indios, y no sembraron, y todos murieron de hambre: digo todos porque había pueblos de a quinientas casas y de a mil, y el que agora tiene ciento es mucho; provincia rica de cacao. Este capitán, por sus propias manos, ejercitaba las fuerzas: con un garrrote mató muchos, y decía: «este es un buen palo para castigar a éstos»; y desque lo había muerto, «¡oh cuán bien le dí!» Cortó muchos pechos a mugeres y manos a hombres, y narices y orejas, y estacó, y a las mugeres ataba calabazas a lo pies, y las echaba a las lagunas [a] ahogar, por su pasatiempo; y otras grandes crueldades que por abreviar las dexo. Y destruyó toda la provincia […]
[76]
. Indubbiamente, come dice Bienvenida, la campagna dei Pacheco provocò disastrosi effetti nella provincia di Uaymil-Chetumal: la regione, prima una delle più popolose di tutto lo Yucatán, rimase pressoché disabitata [77] . Gli indigeni, in gran numero, abbandonarono i loro pueblos per rifugiarsi in zone inaccessibili, al di fuori dell'influenza spagnola e, alcuni di essi, emigrarono per sempre nei territori del Petén Itzá. Uaymil-Chetumal, che era stata una prospera provincia, non recupererà mai più la sua importanza [78] . Con l'assoggettamento del territorio orientale, la conquista dello Yucatán sembrava ormai conclusa, ma, ancora una volta, gli indomiti maya si ribellarono violentemente dando vita alla Grande Rivolta del 1546-47 [79] . 3. 3. La “Grande Rivolta” maya, 1546-47 Nel novembre del 1546 molti degli spagnoli di Valladolid, al fine di seguire da vicino gli interessi coloniali e in particolare l'esazione del tributo dagli indios, ma contravvenendo alle disposizioni reali
[80]
, rinunciarono alla tranquillità della cittadina nord-orientale per stanziarsi nei villaggi indigeni, organizzati secondo le regole dell'encomienda. Intanto, nelle regioni di Cupules, Cochuah, Sotuta e Uaymil-Chetumal i nobili indigeni stavano preparando una campagna militare [81] in cui gli avversari dovevano essere, oltre agli spagnoli, i signori maya dell'occidente, assoggettati agli europei nonché loro contendenti nell'egemonia regionale. A queste ambizioni militari e politiche si aggiungeva un altro fattore estremamente importante: la religione. I frati francescani si trovavano già in questi anni nello Yucatán e avevano compiuto grandi progressi nella conversione degli indigeni: la Chiesa secolare si faceva ogni giorno più forte [82] . I sacerdoti maya sapevano perfettamente che l'antica religione sarebbe stata distrutta dalla fede cattolica e, con essa, la loro influenza ed il loro potere sarebbero venuti meno irreparabilmente. In particolare la fondazione di Valladolid, in quello che era stato il principale centro religioso Cupul, fu per i sacerdoti un chiaro segno dell'impellente fine di tutto ciò che rappresentavano, nonché diventò il simbolo dell'eclissi del potere militare-religioso e dell'indipendenza politica dei maya [83] . Tra i sacerdoti maya ritroviamo certi profeti/interpreti degli dei, detti chilans (o chilams) particolarmente onorati, in certe occasioni addirittura portati su di una lettiga al pari dei governanti; la posizione dei chilans locali rappresentò sicuramente un fattore importante nell'atteggiamento dei loro seguaci verso gli spagnoli nelle varie parti del paese. Nella provincia xiu di Maní, incondizionata alleata degli spagnoli, un certo Chilam Balam, anni prima, aveva profetizzato l'arrivo di stranieri dall'est, che avrebbero dovuto essere ben accolti e non avversati, mentre nelle aree cupul e cochuah, dove gli spagnoli furono tenacemente combattuti, i chilanes vennero considerati i maggiori “agitatori e ribelli” [84] . Chilam Anbal, il più influente dei profeti ribelli cupul nonché figura carismatica della Grande Ribellione, diede ad intendere di essere il figlio di Dio, mentre gli altri sacerdoti cupul si proclamarono emissari della volontà divina ispirati dagli stessi dei del pantheon maya [85] . Essi esortarono gli indigeni alla ribellione e ordinarono di lasciare andare gli spagnoli ai pueblos delle loro encomiendas, dove dovevano essere uccisi tutti: questa sarebbe stata la volontà degli dei. In un secondo momento il “figlio di Dio” confesserà l'intervento del demonio sulla sua volontà: los señores […] todos juntos me dixeron que no se habían alzado por malos tratamientos sino por unos Chilanes que llaman ellos dioses entre sí, el uno que hacía entender que era hijo de Dios y otros enviados por Dios e que les decían que dexasen ir a los españoles a los pueblos de sus encomiendas e los matasen a todos porque Dios decía que todos los españoles habían de morir […] el principal el qual se llamaba Chilam Anbal y en su dicho confesó muchas cosas feas que el diablo le hacía entender
[86]
. Il cuore e l'anima del movimento fu senza dubbio Pixtemex, che aveva rimpiazzato la vecchia capitale cupul Sací, ma molte altre province, soprattutto quelle orientali, aderirono alla rivolta, dando vita a quella che fu la massima coalizione di cacicazgos maya sino ad allora conosciuta [87] : Cochuah, Sotuta, Tazes, Chakan, Uaymil-Chetumal, Chikinchel e, in seguito, anche la stessa Mérida. Quella che prenderà il nome di Grande Rivolta iniziò da Valladolid la notte che precedette il 9 novembre, giorno corrispondente all'apparizione della luna piena e indicato con 5 Cimi 19 Xul, Muerte y Final, nel calendario maya, data che “si può interpretare come morte degli spagnoli e fine del dominio coloniale” [88] . Si noti che ogni evento doveva avere una sua precisa collocazione all'interno della concezione cosmogonica maya; in effetti, i testi del ‘ciclo del katun' [89] (l'infinita sequenza di tredici periodi di vent'anni, i katunob, ognuno portatore di eventi caratteristici) fanno continuamente riferimento a popoli, luoghi, periodi, azioni ed eventi concreti [90] . Le predizioni dei katun venivano presentate in ruote cicliche, secondo il concetto per cui gli avvenimenti di un certo periodo si sarebbero ripetuti quando fosse ritornata la data in cui si erano verificati; il ciclo completo, il katunob, includeva un lasso di tempo di 260 anni [91] . Il fatto più singolare dei pronostici maya è come in essi il passato e il futuro si mescolino e si confondano; gli eventi dell'uno e dell'altro vengono a coincidere, formando un'unica storia, dove esiste un unico tempo che ha cancellato la divisione in presente, passato, futuro [92] . La concezione mesoamericana del tempo cosmico, che ritorna infinitamente all'inizio, e di quello umano, che lo interseca al termine di ogni ciclo in una ‘successione di eternità', si differenzia sostanzialmente da quella giudaico-cristiana, per la quale il tempo cosmico avanza su di una linea retta e il punto di fusione con esso (l'eternità) sta alla sua fine [93] . Per i maya, come per il resto dei popoli mesoamericani, il tempo è l'ordine cosmico, e la sua schematizzazione in cicli di differenti dimensioni (calcolati in base al movimento degli astri e ad altri fenomeni misteriosi) non può che rappresentare l'unica controforza in grado di opporsi alla casualità del male e al disordine che minaccia le vicende umane. In una visione in cui la storia è al contempo una profezia che ridiventa storia con l'avvento del successivo stadio di un ciclo, il male è caratterizzato dalla deviazione dagli schemi previsti [94] . Anche la decisione del periodo dell'anno in cui sferrare l'attacco antispagnolo non fu casuale: in epoca precolombiana le guerre, solitamente corte, si svolgevano tra ottobre e la fine di gennaio, la stagione fredda, in cui l'attività agricola era assente e il cibo poteva essere reperito nei granai del nemico [95] . L'insurrezione del 1546-47 fu particolarmente cruenta: gli stranieri vennero crocifissi, usati come bersagli per le frecce, arsi vivi con incenso di copale (anche i bambini) o sacrificati mediante l'estrazione del cuore; le estremità dei loro corpi, teste mani e piedi, vennero poi spedite ai titubanti pueblos vicini per incitarli ad unirsi alla rivolta [96] . È importante sottolineare che durante la sollevazione non vennero presi di mira solo gli spagnoli, ma anche le piante e gli animali importati dall'Europa, oltre alla servitù indigena dei conquistatori, colpevole del tradimento degli antichi dei e costumi [97] . Nelle Relazioni storico geografiche dello Yucatán si possono trovare frequenti riferimenti all'alzamiento del 1546, talvolta ricchi di particolari: durante la sollevazione vennero uccisi diciotto spagnoli, alcuni addirittura mentre stavano dormendo nei loro letti [98] , seicento dei loro inservienti e collaboratori indios [99] , oltre a cani, gatti, galline, galli e cavalli [100] . È interessante notare che, anche se qualche capo indigeno faceva ora uso del cavallo, i maya utilizzarono l'espressione “tapiro di Castiglia” per designare quest'animale; peraltro i tapiri godevano di particolare interesse presso gli indigeni, vista la loro difficile cattura, e i loro crani erano considerati veri e propri trofei da parte dei cacciatori [101] . Quasi tutti i resoconti parlano di Valladolid come fulcro della rivolta, ma la sollevazione si manifestò anche nelle province di Sotuta, Cochuah, Ah Kin Chel e Calotmul, dove “era la gente más indómita y guerrera” [102] , oltre che nei pueblos di Sinsimato, popolato da “gente bellicosa y mucha” [103] , e Kauan, dove venne ucciso l'encomendero Juan de Villagómez [104] . Il fatto che un braccio dell'uomo venga inviato ad altri pueblos “en señal de trofeo” potrebbe ricordare l'onore conferito dai maya a colui che uccideva il nacom (il governante nei periodi di guerra) avversario durante i conflitti interprovinciali, frequenti fino all'arrivo degli spagnoli [105] . Nel febbraio del 1547, la ribellione riprese vigore a Chanlacan, vicino a Bacalar, dove gli indios uccisero l'encomendero Martín Rodríguez [106] , ma gli spagnoli di Mérida e Campeche, dopo un breve periodo di confusione, riuscirono ad organizzare la repressione della rivolta, che durò ben quattro mesi: il ‘provvidenziale' intervento dei Pacheco costrinse alla resa i maya di Valladolid e di Pixtemax, e in breve tempo, anche le altre province vennero ricondotte all'obbedienza [107] . Nel marzo del 1547 la conquista dello Yucatán poteva ormai considerarsi conclusa: alla fine i responsabili (caciques e sacerdoti) vennero giustiziati sul patibolo o sul rogo e centinaia di maya sconfitti furono ridotti in schiavitù. La Grande Ribellione ridusse le province meridionali ed orientali ad uno stato caotico: i pueblos rimasero deserti, i campi abbandonati mentre gran parte della popolazione fuggì verso le regioni meridionali del Dzuluinicob e del Petén Itzá che, con la sua fortezza insulare di Tayasal, costituirà l'ultimo rifugio dei maya yucatechi [108] . Questa provincia, nei pressi della Laguna del Petén, rimaneva isolata, libera dal governo spagnolo e verrà conquistata soltanto negli ultimi decenni del XVII secolo, grazie ad una spedizione congiunta in Guatemala e Yucatán [109] . La ribellione scoppiata nei territori orientali ebbe i suoi effetti anche sull'evangelizzazione dei maya e, per un certo periodo, l'impresa francescana parve assestarsi soprattutto nella fascia a nord e a nordovest della capitale [110] , trascurando parzialmente la zona orientale della penisola. Il fallimento dell'insurrezione rese chiaro ai nativi che gli spagnoli non potevano essere distrutti e che gli avvenimenti del 1531-35 non si sarebbero ripetuti: un nuovo periodo di dominazione era iniziato con l'arrivo dell'uomo bianco; tuttavia, anche se il domino coloniale era ormai un'evidenza, i maya erano consci del fatto che la loro autorità doveva sopravvivere: i vecchi governanti volevano ancora regnare. 3. 4. L'allontanamento dai pueblos d'origine e la stipulazione del ‘patto indiano' Soppressa la rivolta del '46 e rinforzatisi numericamente, i frati ripresero il loro operato ad oriente fondando a Valladolid nel 1553 il loro sesto convento [111] e assunsero un ruolo guida nella creazione delle reducciones (dette anche juntas o ‘congregazioni') [112] e dei repartimientos. L'esistenza di innumerevoli pueblos di piccole dimensioni, la notevole dispersione degli indigeni e la loro fuga verso le zone non pacificate, conseguenza delle campagne militari, rese difficoltoso il funzionamento del sistema dell'encomienda, impedendo l'utilizzo della manodopera indigena nei lavori agricoli e nelle recenti haciendas, e pregiudicando quindi l'intera struttura economica della colonia [113] . A ciò si aggiunsero, inoltre, le difficoltà incontrate dai francescani nell'opera di cristianizzazione e il pericolo di una nuova sollevazione generale; di conseguenza per ragioni politiche, militari e religiose ben presto si ritenne opportuno concentrare la popolazione indigena nei grandi pueblos nordoccidentali della penisola [114] . Se all'inizio della dominazione coloniale la struttura locale del potere era rimasta intatta (non erano stati deposti neppure Nachí Cocom e gli altri capi della Grande Rivolta) [115] e la giurisdizione del batab non contemplava ancora limiti territoriali nettamente definiti, da questo momento in poi si cercò di dare una regolamentazione normativa alla vita spirituale e temporale degli indios, concentrando i pueblos sujetos attorno alla loro cabecera [116] o aggiungendoli ad uno stesso asiento. Gli spagnoli non esitarono ad usare metodi coercitivi: ad esempio, frate Luis de Aparicio diede ordine di appiccare il fuoco ad abitazioni ed alberi da frutta dei pueblos da congregare, come a Temaza, dove vennero bruciate 170 case, gli alberi e persino la Chiesa [117] ; alcuni anni dopo, nella relazione di Ekbalam, l'encomendero Juan Gutiérrez Picón riferì che sui cinque pueblos affidatigli da Sua Maestà, “cuatro de ellos fueron despoblados por los religiosos” [118] . Un primo tentativo di reducción, attuato negli anni '50, fallì clamorosamente: molti indios morirono di malattia e i sopravvissuti fuggirono a sud di Campeche, dove fondarono il pueblo di Ezbalam, assieme a indios pudzanes (fuggitivi) provenienti da altre zone dello Yucatán [119] . Per opporsi al progetto spagnolo, quindi, e per sfuggire alle ricorrenti crisi economiche, sociali e politiche, un numero imprecisato ma comunque considerevole di indios (soli o in gruppo e spesso guidati dai loro ah-kin [120] ), iniziò a spostarsi dalle zone natie; i movimenti maggiori avvennero nei periodi di calo della popolazione, specialmente durante carestie o epidemie. Con una certa frequenza i fuggiaschi si trasferirono temporaneamente nei pressi di qualche radura o di qualche cenote nelle vicinanze del loro pueblo, dove venivano rintracciati dal sacerdote o dai funzionari indigeni locali che li tranquillizzavano e cercavano di convincerli a tornare [121] . Se un indio era poi disposto ad abbandonare non solo la sua comunità natia ma anche tutto il suo tradizionale stile di vita, poteva diventare un criado, cioè servo personale di uno spagnolo: si trattava di una scelta opposta alla fuga che costituiva, paradossalmente, un altro metodo per scappare dalla stretta coloniale del proprio territorio [122] . Per i meno avventurosi, che non se la sentivano né di sfuggire completamente al dominio coloniale né di diventare criados, la soluzione non poteva che essere il cambio di residenza, spostandosi così in un'altra comunità indigena. Tra i migranti furono infatti molti, anzi probabilmente la maggioranza, i maya che lasciarono la loro comunità d'appartenenza scegliendo semplicemente di trasferirsi in un'altra, senza uscire dalla zona pacificata: questo fenomeno è rivelato dai censi, che distinguono tra naturales (nati nel distretto) e forasteros (nachilcahob, in lingua maya) [123] . In queste nuove comunità non si conosceva, o si trascurava, la contrazione dei debiti nel pueblo d'origine del migrante, il cui mancato pagamento costituiva spesso il motivo di un cambio di residenza [124] . Un'altra parte della popolazione proveniente dall'interno utilizzò le città sulla linea di frontiera come ‘stazioni di passaggio' verso quel territorio indicato nelle mappe coloniali come despoblado, migrando verso Las montañas, quell'estesa porzione di territorio confinante con i pueblos del sud di Salamanca, altrimenti chiamata zona de rifugio [125] . Questa si era costituita durante le guerre d'invasione e, da allora fino alla fine del secolo, restò praticamente al di fuori del controllo spagnolo; “la sua estensione comprendeva la parte nord della costa orientale, e a partire dalla sierrita Puuc, che era la sua frontiera naturale, si estendeva fino al Petén” [126] : si trattava dei territori più inospitali della penisola, coperti di foreste tropicali, evidenziati nella cartina n°5 in appendice. Al grado di integrazione territoriale imposto dagli spagnoli non corrispose quindi un livello di coesione sociale tale da poterlo sostenere, con la conseguente incapacità di trattenere l'incipiente, lento processo di frammentazione del tessuto sociale indigeno; i corpi e gli spiriti del gregge tendevano a disperdersi, e ciò mise a dura prova l'opera missionaria [127] . Nei territori non pacificati si troverebbero, oltre ai pagani, apostati maya con nomi cristiani, che secondo i religiosi avrebbero ‘perversamente' rinunciato ai benefici della vita civilizzata e con essa alla salvezza eterna [128] . Per i primi frati di stanza sulla penisola il significato morale della divisione tra città e foresta non esplorata era inseparabile dalla contrapposizione tra cristianità da un lato, e paganesimo e bestialità da un altro, essendo questi due termini sinonimi nel vocabolario del clero [129] . Tepeches (anche tipeches o tepches, dal maya teppche) [130] sono quegli indios che in questo territorio, cosparso di boschi e paludi, tornarono a praticare antichi culti e si riappropriarono di nomi, tradizioni ed abitudini di un tempo, attuando quel processo definito come chimarronaje (inselvatichimento) indígena [131] . Gli abitanti de Las montañas portavano capelli lunghi fino alle ginocchia, erano armati di arco e frecce, coltivavano mais, raccoglievano pepe, copale e cera; durante la settimana Santa si spingevano fino alla frontiera col nordovest per scambiare i propri prodotti con asce, machetes, coltelli e sale [132] . I territori sfuggiti alla conquista costituivano quindi una via di fuga per molti maya colonizzati, rappresentando un importante punto di riferimento culturale, politico ed economico: i contatti tra i parenti separati non si rompevano del tutto, e le notizie viaggiavano rapidamente sulle vie di un commercio interregionale vivace prima della conquista e sopravvissuto sotto il domino spagnolo, come avvenne per il traffico del sale con il nord e l'ovest della penisola [133] . La migrazione, temporanea o permanente, fu la risposta caratteristica dei maya dell'epoca coloniale alle crisi attraversate nella loro storia, segnata, oltre che dalla conquista, da carestie, epidemie, problemi politici o conflitti personali [134] . Senz'altro i maya possedevano un forte senso d'attaccamento ai luoghi e alle comunità d'origine, ma erano pronti a troncare questi legami in maniera definitiva, in previsione di un futuro incerto e imprevedibile, pur di conservare la propria libertà e le proprie tradizioni. In questo senso è possibile affermare che la dispersione rappresentò una preoccupante risposta al programma delle congregazioni [135] . Secondo lo studioso Bracamonte y Sosa, la fuga fu espressione della “resistenza culturale e politica derivata da una concezione ideologica nella quale il potere politico doveva rimanere tra istituzioni e persone del proprio gruppo etnico” [136] . Si trattava di una forma efficace di protesta contro la colonizzazione spagnola, radicale quanto la ribellione, ma nettamente meno rischiosa. La notevole semplicità dello stile di vita dei maya favorì sicuramente la loro indipendenza durante i vari spostamenti: per una donna una mola per la preparazione di un pasto a base di granoturco e per un uomo un machete e la semenza per un nuovo raccolto, costituivano tutto ciò di cui una coppia necessitava per iniziare una nuova vita, mentre la foresta forniva altri elementi necessari alla sussistenza, come frutti e radici [137] . Le strade, poche e brutte, collegavano solo i centri maggiormente popolati, ma gli indios erano in grado di percorrere i sentieri su e giù per la penisola, e inoltrarsi anche con grandi carichi e a sorprendente velocità nel fitto di una foresta impenetrabile e disorientante solo per i non iniziati, gli dzules [138] . Bisogna tuttavia considerare che, se da un lato la semplicità dell'esistenza dei coniugi maya consentiva loro un alto grado di autosufficienza in condizioni ideali, dall'altro li rendeva estremamente vulnerabili quando la sfortuna si accaniva su di loro [139] . È d'obbligo ricordare che inizialmente gli encomenderos si opposero alla politica delle reducciones, poiché queste implicavano quantità fisse di tributi e servizi e un maggiore controllo della Corona sulle encomiendas, al fine di limitare gli abusi nei confronti della popolazione nativa [140] . E, se nonostante la loro superiorità militare, gli encomenderos non riuscirono ad arginare il fenomeno della migrazione [141] , tuttavia organizzarono spedizioni per riportare gli indios fuggitivi ai loro pueblos d'origine [142] . Pedro Bracamonte y Sosa descrive il tentativo di riduzione del pueblo di Tazbalam (come si è visto, abitato da indios fuggiaschi) da parte di Miguel Sánchez Cerdán [143] , con l'aiuto di un indio che conosceva Las montañas. Il capitano ed i suoi uomini giunsero al villaggio all'alba del giorno di Pasqua del 1554, avanzando in silenzio fino al centro del paese dove, in un grande tempio, proprio in quel momento si stava svolgendo un tradizionale rito maya: …no veíamos casa ninguna por haber tanta neblina como había y estando en esto parados abrieron la puerta de la mezquita que estaría de donde nosotros estábamos un tiro de piedra, puse piernas a mi caballo y no hubieron lugar ninguno de ellos a salir fuera porque luego mi gente llegaron conmigo a la dicha puerta y cercaron la dicha mezquita porque no se saliese ninguno, a donde tenían ocho pilares de madera tan altos como a la pretina y en pies y en la cabeza de cada pilar un pan de copal ardiendo
[144]
. Cerdán, in un primo tempo, parlò agli indios lì riuniti “con mucha paz y quietud”, ma, quando vide che questi si davano alla fuga, non esitò a sparare un colpo di archibugio, “haciendo terrible estruendo con el eco del dicho arcabuz y con esto estuvieron atemorizados” [145] . Non appena il capitano cercò di riportare all'obbedienza i suoi encomendados (segregando 40 anziani ostaggi nella struttura religiosa), il suo gruppo venne circondato da più di 100 guerrieri armati di archi, frecce e rodelas, che si opponevano fermamente alle sue richieste minacciando di uccidere spagnoli ed indios [146] . Questa informazione suggerisce che Tazbalam fosse un pueblo piuttosto grande, nonché un importante centro religioso di Cehaces [147] e fuggiaschi che poteva contare inoltre su un'organizzazione militare e su armi da difesa per affrontare eventuali nemici: gli arcieri (ah hules), alcuni molto abili, disponevano di archi e frecce di canna con proiettili di pietra focaia o di denti di squalo [148] . In quel frangente giunse a Tazbalam don Ambrosio de Montejo, gobernador di Champotón “y su provincia”, che con i suoi 40 soldati si frappose tra la milizia locale e quella dell'encomendero e che, in virtù dell'ottima fama tra i maya di quella zona e la conoscenza del castigliano, riuscì a dissuadere i capi indigeni, ottenendo la “reducción” della popolazione [149] . Per riprendersi gli encomendados fuggiaschi, gli spagnoli si avvalsero spesso dell'aiuto di governanti nativi, che, occasionalmente, organizzavano piccole forze armate: l'esempio più celebre è quello di don Pablo Paxbolon, attivo collaboratore degli invasori, che dedicò diversi anni alla riduzione di apostati e gruppi non conquistati nella regione de Las montañas, a tal punto da meritarsi, nel '65, il titolo di “cacique de Tixchel y su provincia” [150] . Ad ogni modo, gli attacchi a sorpresa furono rari: infatti, come già avveniva in epoca preispanica, le guardie della foresta tenevano sotto controllo vari punti strategici al fine di dare l'allarme in caso di invasione [151] . Si potrebbe quindi ipotizzare, considerando anche il sistema di spionaggio in uso tra la zona de refugio e i territori conquistati, che queste incursioni non abbiano mai colto completamente di sorpresa i chimarrones [152] . In riferimento ai maya delle terre basse dello Yucatán, Bellingeri sottolinea come la recente etnostoriografia abbia ormai superato la classica visione sconfitta-distruzione, sottomissione–resistenza/ribellione, per approdare all'illustrazione di dinamiche più complesse: “i risultati del raggiunto patto fra i segmenti indio e spagnolo e fra questi e la Corona, permisero alla nobiltà maya di villaggio, definita come una gentry, di gestire per almeno due secoli un'impresa collettiva di sopravvivenza fondata sul mantenimento del legame corporativo tra gli spazi, sempre comunicanti, dell'umano e del divino, come lo dimostrerebbe la solidità del controllo da parte della gentry maya sulle repúblicas, sulle confraternite di villaggio e su molte delle pratiche proprie del culto cristiano” [153] . A Mérida, tra la sua fondazione e la fine del secolo, l'identità del segmento indio si sarebbe conservata grazie all'alleanza con gli invasori, fautori di diversi tipi d'approccio alla questione della nobiltà autoctona, riassumibili in tre tipi di strategie [154] : - una signorile (famiglia Montejo), sconfitta dall'opposizione del crescente ceto urbano spagnolo e dalla Corona, - una francescana, contrastata dallo stesso ceto, - quella, vincente, attuata dal ceto cittadino emergente. Mentre la prima favoriva la riproduzione della nobiltà etnica nel suo complesso, talora facilitando i grandi vassalli maya eredi degli antichi lignaggi, al contrario l'instaurarsi del dominio francescano, oltre a distruggere i lignaggi superiori, permise “l'invasione degli ambiti di potere della gentry maya locale” [155] . Anche analizzando la situazione esterna, si notano importanti capovolgimenti nelle gerarchie: dopo la pacificazione di una regione, la maggior parte degli spagnoli tornava alle città, e i vertici sociopolitici maya, dopo il primo shock della conquista, tentavano di ricostruirsi un potere all'interno dei confini di questo neonato microcosmo indigeno [156] . Nel caso della capitale, questa ‘nobiltà subalterna', avrebbe quindi basato la sua nuova legittimazione non su un'innata capacità di sopravvivenza, quanto piuttosto sulla volontaria partecipazione ad un nuovo ordine interetnico, scelta seguita a una difficile decisione. Del resto, come sottolinea David Drew, “per i dirigenti maya della zona nord-occidentale della penisola, nei dintorni di Mérida, c'erano poche opzioni al di fuori della collaborazione” [157] . Per comprendere appieno l'entità del cambiamento in atto tra le gerarchie indigene, è opportuno ricordare che il tempo storico dei maya era non solo di relativamente breve durata, ma anche concretamente predeterminato dalla successione genealogica all'interno delle famiglie dominanti [158] . Quindi il succedersi ciclico degli eventi era stabilito dai lignaggi che da più tempo esercitavano il proprio dominio su di un certo territorio e questo sistema politico, basato sul principio di rotazione, prevedeva regole che, se valevano in epoca preispanica, restarono in vigore ancora nel primo periodo coloniale [159] : - per le singole comunità, l'alternarsi dell'autorità municipale all'interno delle divisioni territoriali ogni 4 anni, - la successione tra le famiglie dominanti ogni katun di 20 anni, - l'alternanza dei ‘posti di potere' tra i rivali Xiu e Itzá secondo l'intero ciclo del katun. In un secondo tempo, gli spagnoli intrapresero il riassetto geopolitico della penisola: i pueblos vennero suddivisi in barrios
[160]
e nel '59 la provincia religiosa di Yucatán e Guatemala venne ufficialmente separata da quella che faceva capo a Città del Messico. Fino a questo punto i caciques venivano spesso nominati tra i discendenti degli antichi halach uinic o tra i batab al fine di riprodurre le antiche gerarchie, cui continuare a sottoporre la gentry dei villaggi. Tuttavia la falcidia demografica degli indios, che causò talvolta l'estinzione di interi lignaggi, invertì ora le regole del gioco, ponendo la bassa nobiltà maya (gentry locale) nella posizione prima occupata dall'alta nobiltà e dando così vita a una tensione tra i due soggetti
[161]
. Alla luce di queste considerazioni, risulta impossibile stabilire in che proporzione i membri dell'élite al potere in epoca coloniale, non scevra del meticciaggio, possano essere considerati discendenti degli antichi lignaggi, e in che misura si possa invece parlare di “gente comune ambiziosa che approfittò dello scompiglio gettato tra le vecchie gerarchie indie dai nuovi accordi con l'invasore europeo”
[162]
. [1] Peniche Rivero, op. cit., pag. 198. [2] Todorov, op. cit., pag. 161. [3] Todorov parla in proposito di ‘genocidio'; in poco più di mezzo secolo vennero uccisi 70 milioni di esseri umani: nessuno dei grandi massacri del XX secolo, potrà essere paragonato, in ordine di cifre, a quest'ecatombe, ivi, pag. 162. [4] Ivi, pag. 163. [5] Frate Toribio Motolinia giunse nel Guatemala nel 1542, con l'incarico di estendere l'attività missionaria alle province adiacenti. Il religioso era accompagnato da altri 12 missionari tra i quali Luis de Villalpando, Lorenzo de Bienvenida, Melchor de Benavente e Juan de Herrera che vennero inviati nello Yucatán con Villalpando come superiore, De Lizana, op. cit., pag. 17. [6] Todorov, op. cit., pag. 163. [7] Ivi, pag. 164. [8] Ibid. [9] Alla coalizione parteciparono anche i maya di Tuchi-caan e i caciques di Chakán, Chamberlain, op. cit., pagg. 214-215. [10] Ivi, pag. 216.
[11]
Chamberlain, op. cit., pag. 210. [12] La città fu così chiamata perché le rovine dell'antica T-ho ricordavano ai conquistatori le costruzioni romane della Mérida di Spagna: “porque en su asiento hallaron edificios de cal y canto bien labrados y con muchas molduras como las que los romanos hicieron en Mérida, la de España […]”, ivi, pag. 220. [13] Ivi, pag. 237. [14] Ivi, pag. 241. [15] Quezada, Pueblos, cit., pag. 72. I francescani in questione erano: Villalpando, Bienvenida, Benavente, Juan de Herrera, giunti nella penisola nel 1543, e Albalate, Maldonado, Miguel de Vera, Juan de la Puerta, arrivati dalla Nueva España alla fine del 1544, De Lizana, op. cit., pag. 17.
[16]
Quezada, Pueblos, cit., pagg. 72-73.
[17]
Ralph Loveland Roys, The indian background of colonial Yucatan, Norman, University of Oklahoma Press, 1972, pag. 69. [18] Il distretto includeva i cacicazgos di Ah Canul, Chakán, Hocaba-Homun, Maní, Ceh Pech, e Ah Kin Chel; secondo i piani di Montejo avrebbero poi dovuto essere annessi anche le regioni Cupul e Cochuah, Chamberlain, op. cit., pag. 221. [19] Ibid. [20] Ivi, pag. 223. [21] In realtà i Maya riusciranno ancora ad organizzare una grande coalizione in occasione della Grande Rivolta del 1546.
[22]
Clendinnen, Ambivalent conquest, cit., pag. 31. [23] Ivi, pag. 69. [24] Molte delle informazioni contenute nell'opera del francescano Relación de las cosas de Yucatán provengono dalle testimonianze di indigeni del tempo; in particolare Nachí Cocom aiutò Landa nella comprensione e trascrizione di certi glifi calendarici e geroglifici maya in uso nello Yucatán al tempo del suo ministero. Tali glifi, identici a quelli che figurano nei tre codici maya rimasti, nonché sui monumenti del Petén e delle regioni adiacenti, hanno permesso di stabilire la stretta parentela culturale tra i Maya delle terre del sud e i Maya dello Yucatán, Libro di Chilam Balam di Chumaiel, op. cit., pag. 13.
[25]
Farris, Remembering, cit., pagg. 581-582.
[26]
Clendinnen, Ambivalent conquests, cit., pag. 69.
[27]
Farris, Maya society, cit., pag 272. [28] Clendinnen, Landscape, cit., pag. 380. [29] Si allude alle confessioni del 1562, anno in cui il frate Diego de Landa organizzò un vero e proprio processo d'inquisizione; il triste processo si concluse con la morte di molti caciques e con la distruzione della maggior parte dei testi “blasfemi” e di innumerevoli immagini religiose preispaniche, Stella Maria González Cicero, Perspectiva religiosa en Yucatán, 1517-1571, México, Colegio de México, 1978, pag. 120. [30] Clendinnen, Landscape, cit., pag. 188. [31] M. de la Garza (a cura di), Relaciones Histórico-geográficas de la gobernación de Yucatán (1577-86 ca.), México, Universidad Nacional Autónoma de México, 1983 (2 voll.), vol. II, pag. 87. [32] Peniche Rivero, op. cit., pag. 199. [33] Chamberlain, op. cit., pagg. 249-253. [34] De Landa, op. cit., pag. 27. [35] Peniche Rivero, op. cit., pagg. 199-200. [36] Ivi, pag. 200. [37] Ivi, pag. 201. [38] Si tratta di uno degli episodi più oscuri della conquista: nel 1562 Diego de Landa, constatando la sopravvivenza degli antichi culti idolatrici, fece distruggere i codici maya, gli idoli, gli altari, e molti altri oggetti ritenuti blasfemi; molti indigeni considerati idolatri furono frustati, cosparsi di cera fusa e torturati in altri modi. L'opera di distruzione fu, purtroppo, eseguita alla perfezione: restano soltanto tre codici maya, tutti e tre scoperti in Europa, dove con molta probabilità erano stati spediti da monaci o soldati al momento della conquista. Si tratta del Codex Dresdensis, del Codex Tro-Cartesianus e del Codex Peresianus, De Lizana, op. cit., pag. 178, nota 34; e Chilam Balam di Chumaiel, op. cit., pag. 13. [39] Chilam Balam de Maní, contenuto in Peniche Rivero, op. cit., pag. 201.
[40]
Chamberlain, op. cit., pag. 227.
[41]
Ivi, pag. 228.
[42]
Chamberlain, op. cit., pag. 229. [43] Ibid. [44] Ivi, pagg. 230-233. [45] Ivi, pag. 233. [46] Ivi, pagg. 230, 234, 251, 258. [47] Ad opporsi vigorosamente alla politica della conquista in Yucatán furono soprattutto i due frati francescani Lorenzo de Benvenida e Luis de Villalpando che intorno al 1550 inviarono alla Corona serie imputazioni nei confronti dei Montejos; tali accuse contribuirono a debilitare la posizione dell'Adelantado, in questi anni indagato e sospeso dal suo incarico nella penisola;. ivi, pagg. 297-299, 314-316. [48] Todorov, op. cit., pag. 196. [49] Alla fine del 1542 il Cabildo di Mérida stabilì che le coperte di cotone, uno degli articoli più importanti del tributo indigeno, venissero considerate come mezzo legale di scambio e vi assegnò valori fissi in relazione all'oro e all'argento; Chamberlain, op. cit., pag. 287. [50] Ivi, pag. 237. [51] L'Adelantado incaricò Gaspar Pacheco di occupare la regione di Uaymil-Chetumal nell'aprile del 1543, il mandato includeva anche l'invasione della regione del Golfo Dolce. Il capitano venne affiancato nell'impresa dal figlio Melchor e dal nipote Alonso, ivi, pag. 239. [52] Peniche Rivero, op. cit., pag. 199. [53] Chamberlain, op. cit., pag. 240. [54] Ivi, pag. 241. [55] Ivi, pag. 240. [56] Ivi, pag. 241. [57] Ivi, pag. 262. [58] Bartolomé de Las Casas(1474-1566) era un colono-encomendero che nel 1552 entrò a far parte dell'ordine domenicano, diventando in seguito vescovo del Chiapas. Egli dedicò tutta la sua vita alla difesa degli indigeni e partecipò nel 1550 alla ‘Controversia di Valladolid' (riunita per decidere sulle sorti della colonia) scontrandosi con il teologo aristotelico Sepúlveda, sostenitore della tesi per cui, secondo la legge naturale, i popoli barbari devono essere sottomessi a quelli civilizzati, Quesada, op. cit. pag. 49. [59] Las Casas aveva già intrapreso, 15 anni prima, la colonizzazione pacifica di Cumaná, nell'odierno Venezuela, ma il tentativo si era risolto in un fallimento, Todorov, op. cit., pag. 206. [60] Quest'impresa ebbe maggior successo della precedente; tuttavia, alcuni anni più tardi i missionari, sentendosi in pericolo a causa di frequenti sollevazioni, invocheranno essi stessi l'intervento dell'esercito, che in breve occuperà il territorio ponendo fine all'opera dei religiosi, ibid. [61] Si trattava di una regione particolarmente turbolenta, che era riuscita a resistere ai primi tentativi di occupazione dei conquistadores, da ciò il nome di Terra di Guerrra, ibid., e Chamberlain, op. cit., pag. 262. [62] Si tratta di una delle opere principali di Las Casas, in cui il frate denunciò quei comportamenti nei quali gli indigeni venivano trattati non come uomini, ma come esseri inferiori: gli spagnoli si servono della carne dei nativi per nutrire gli altri indios che sopravvivono, li uccidono per estrarne il grasso (al quale viene attribuita la virtù di guarire le ferite degli spagnoli); mozzano loro tutte le estremità (naso, seni, lingua, sesso) e mettono incinte molte donne per poterne ricavare un maggior prezzo vendendole come schiave gravide; Quesada, op. cit., pag. 49 e Todorov, op. cit., pag. 213. [63] Ivi, pag. 204. [64] Ivi, pagg. 207-208. [65] Il caso più famoso è quello di Santa Fe, villaggio fondato dall'uditore Vasco de Quiroga sulle rive del lago di Patzcuaro, nell'attuale stato del Michoacán. Santa Fe aveva qualcosa del falansterio: tutta la terra apparteneva alla comunità e il lavoro manuale era limitato a sei ore al giorno; il resto del tempo era dedicato alle attività culturali e alla ricerca di un modo di vita semplice ed austero. [66] Todorov, op. cit., pagg. 204-211. [67] Ivi, pag. 299. [68] Ivi, pag. 208. [69] Ivi, pag. 209. [70] È però d'obbligo precisare, come evidenzia lo stesso Todorov, che questi documenti erano lettere indirizzate al re e, pertanto, i protagonisti citati erano condizionati da quello che potevano o dovevano dire, ibid. [71] Ivi, pag. 217. [72] Ivi, pag. 202. [73] ‘Gentile' era il termine utilizzato dai religiosi per indicare, non soltanto i Maya, ma tutte le popolazioni non cristiane. [74] Todorov, op. cit., pag. 196. [75] L'Audiencia venne creata con le Nuove Leggi del 1542, si occupava dell'amministrazione della colonia e dirimeva le controversie sorte nei nuovi territori tra i coloni, e tra questi e il potere ecclesiastico, Chamberlain, op. cit., pagg. 261-264. [76] Fray Lorenzo de Bienvenida a la Corona, Mérida, 10 de febrero de 1548, España, D 1877, pagg. 70-80, contenuta in Chamberlain, op. cit., pag. 242. [77] Peniche Rivero, op. cit., pag. 199. [78] Ibid. [79] Ivi, pag. 201. [80] Tale pratica era pericolosa poiché, in caso di ribellione, gli encomenderos, restavano isolati e la municipalità principale priva di un'organizzazione militare efficiente, Chamberlain, op. cit., pag. 246. [81] Ivi. pag. 245. [82] Nel periodo della Grande Rivolta erano già stati fondati importanti centri di evangelizzazione, tra cui Campeche e Mérida.
[83]
Chamberlain, op. cit., pag. 245.
[84]
Roys, op. cit., pag. 79. [85] Ibid.
[86]
Chamberlain, op. cit., pag. 247. [87] Ibid. [88] Sergio Quesada, Breve historia de Yucatán, México, Fondo de cultura económica, 2001, pag. 36. [89] Il katun era il periodo di tempo formato da 20 anni o tun. L'unità di tempo era il giorno che si chiamava kin, il mese (uinal) era composto da 20 Kin; 18 uinal, ovvero 360 kin, formavano un anno (tun). L'anno solare si chiamava invece haab ed era composto dal tun più un mese di cinque gironi ritenuti funesti, durante i quali si celebravano riti particolari; Libro di Chilam Balam di Chumaiel, op. cit., pag. 14.
[90]
Farris, Remembering, cit., pag. 570. [91] Questo modo di calcolare il tempo si chiamava ‘conto corto'. Esisteva anche un ‘conto lungo', che riportava i baktún (ovvero 20 katun), per cui le date si sarebbero ripetute solo dopo un periodo di 374.440 anni, Libro di Chilam Balam di Chumaiel, op. cit., pag. 89, nota 114. [92] Ivi, pag. 16.
[93]
Farris, Remembering, cit., pag. 574. [94] Ivi, pagg. 569, 574. [95] Roys, op. cit., pag. 67; bisogna inoltre considerare che in quella circostanza i due capitani Montejo, accompagnati da molti altri importanti colonizzatori, si trovavano a San Francisco de Campeche per accogliere l'Adelantado, che faceva ritorno nella colonia dopo molti anni di assenza: la situazione era quindi propizia per un'insurrezione generale, De Lizana, op. cit., pag. 137.
[96]
Chamberlain, op. cit., pag. 249. [97] Quezada, Breve historia, cit., pag. 36. [98] De la Garza, op. cit., vol. II, pag 157. [99] Ivi, vol. II, pagg. 36, 172. [100] Ivi, vol. II, pagg. 91, 296. [101] Clendinnen, Landscape, cit., pagg. 387-388; Tzimin era il nome del tapiro con cui, dopo la conquista spagnola, si designava anche il cavallo. Il tapiro era, infatti, l'unico animale di grosse dimensioni che viveva nella regione maya e, pertanto, l'unico che assomigliava vagamente al cavallo, Libro di Chilam Balam di Chumaiel, op. cit., pag. 48. [102] De la Garza, op. cit., vol. I, pagg. 66-67. [103] Ivi, vol. II, pag. 218. [104] Ivi, vol. II, pag. 285.
[105]
Roys, op. cit., pag. 67. [106] Bracamonte y Sosa, La conquista, cit., pag. 68. [107] Chamberlain, op. cit., pagg. 255- 257. [108] Ivi, pag. 243. [109] La regione sarà conquistata nell'anno 1696, Bracamonte y Sosa, La conquista, cit., pag. 74. [110] Quezada, Pueblos, cit., pag. 72, nota 50. [111] I francescani, una volta suddiviso lo Yucatán in vari distretti, procedettero alla fondazione dei conventi, i primi in San Francisco de Campeche, Maní e Izamal, oltre al convento più importante di Mérida. Questi luoghi costituivano importanti centri di ispanizzazione e cristianizzazione: ben presto, in tutti quei pueblos dove c'era un convento, l'istruzione religiosa divenne obbligatoria sia per i bambini che per gli adulti, De Lizana, op. cit., pag. 153, nota 31.
[112]
Il progetto delle reducciones iniziò ufficialmente nel
[113]
Chamberlain, op. cit., pag. 291. [114] Pedro Bracamonte y Sosa, La memoria enclaustrada: historia indígena de Yucatán: 1750-1915, Tlalpan, Ciesas, 1994, pag. 21.
[115]
Farris, Maya society, cit., pag. 23. [116] Si tratta del luogo di residenza del batab, Quezada, Pueblos, cit., pag. 63. [117] Bracamonte y Sosa, La conquista, cit., pag 161 e Quezada, Breve historia, cit., pag. 44. [118] De la Garza, op. cit., vol. II, pag. 137. [119] I pueblos in cui il deflusso di abitanti fu maggiore, per tutta la metà del XVI secolo, furono Mazatlán, Tispen, Oxpeten, e Cantero, Bracamonte y Sosa, La conquista cit., pag. 75. [120] Ah Kin, “quello del sole”, era la parola che si usava per designare i sacerdoti del sole e del calendario, il cui compito consisteva nel celebrare i sacrifici e fare le predizioni relative all'anno. Il sacerdote di più alto grado si chiamava Ah Kin May e aveva anche un grande potere amministrativo, Libro di Chilam Balam di Chumaiel, op. cit., pag. 27, nota 10; e Luxton, op. cit., pag. 321.
[121]
Chamberlain, op. cit., pag. 224.
[122]
Farris, Maya society, cit., pag. 203. [123] Ivi, pag. 200. [124] Ivi, pagg. 205-206. [125] Bracamonte y Sosa, La conquista, cit., pagg. 26-31, 59. [126] Quezada, Pueblos, cit., pag. 85, nota 74.
[127]
Farris, Maya society, cit., pag. 206. [128] Ivi, pag. 76. [129] Ivi, pag. 215. [130] Gli indigeni dei pueblos cristianizzati chiamavano tepches quei maya che continuavano a praticare l'idolatria o che vivevano nelle montagne. Il termine pudzanes indicava invece gli indios fuggitivi che avevano abbandonato il loro pueblo e, con esso, l'area colonizzata, Bracamonte y Sosa, La conquista, cit., pag. 27. [131] La migrazione fu nella gran parte dei casi una scelta definitiva, anche se alcuni fuggiaschi faranno ritorno ai pueblos quando la situazione si stabilizzò, Quezada, Pueblos, cit., pag. 98 e nota 100. [132] Quezada, Breve historia, cit., pag. 37.
[133]
Farris, Maya society, cit., pag. 18. [134] Ivi, pag. 75. [135] Ivi, pagg. 205-206. [136] Bracamonte y Sosa, La conquista, cit., pag. 99.
[137]
Farris, Maya society, cit., pag. 73. [138] Ibid. [139] Ivi, pag. 259.
[140]
Chamberlain, op. cit., pagg. 291-292.
[141]
Farris, Maya Society, cit., pag. 131. [142] Quezada, Breve historia, cit., pag. 37. [143] Sánchez Cerdán, alcalde ordinario della città di Campeche, ricevette in encomienda nel 1543 alcuni pueblos delle provincie di Ah Canul e Mazatlán (capitale dei Cehaces) ove si trovavano molti maya ribelli e pudzanes. In seguito ai vari tentativi di reducción attuati dal capitano Cerdán, molti indigeni di Mazatlán, soprattutto quelli di Tispen, Oxpeten e Cantero, scapparono verso le montagne della selva Lacandona; Bracamonte y Sosa, La conquista, cit., pag. 75. [144] Probanza de Sánchez Cerdán, contenuta in Bracamonte y Sosa, La conquista, cit., pag. 77. [145] Ibid. [146] Ivi, pag. 78. [147] Il popolo dei Cehaces, che contava circa 7000 individui, occupava tutta quella porzione di territorio situata ad est dei Chontales di Acalán. Quest'area subì diverse alterazioni dopo la conquista a causa delle reducciones, della pressione esercitata dai Lacandoni a sud, dai Chontales cristianizzati ad ovest e dagli Itzá a sudest. Però la maggior influenza provenne da tutti quei fuggitivi dello Yucatán che per decenni ripopolarono la zona nord del territorio cehace. Tuttavia la provincia dei Cehaces riuscì a sopravvivere fino alla conquista del Petén nel 1696, partecipando attivamente alla ‘sublevación de la montaña' nel 1668, ivi, pag. 74. [148] Ivi, pag. 78. [149] Ibid. [150] Ivi, pagg. 89-100; e Farris, Maya society, cit., pag. 175.
[151]
Roys, op. cit., pag. 67. [152] Da chimarronaje, ‘inselvatichimento indigeno'. [153] Marco Bellingeri, La conversione dei maya nell'età dell'oro, in Uomini dell'altro mondo (L'incontro con i popoli americani nella cultura italiana ed europea – atti del convegno di Siena, 11-13 marzo 1991), estratto, Bulzoni, 1994, pagg. 121-152, pag. 122. [154] Ivi, pag. 123. [155] Ibid.
[156]
Farris, Maya society, cit., pag. 306.
[157]
Drew, op. cit., pag. 412.
[158]
Farris, Remembering the cit., pagg. 576-577. [159] Ivi, pag. 577. [160] Quezada, Pueblos, cit., pag. 64. [161] Bellingeri, La conversione, cit., pag. 134.
[162]
Farris, Maya society, cit., pag. 254. |
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