Capitolo quarto

Focolai di resistenza indigena

4. 1. L'idolatria e i processi del 1562 

Quando i francescani organizzarono le prime scuole di dottrina dovettero confrontarsi con l'ostilità degli ah-kin che, in qualità di responsabili dell'educazione della nobiltà, si opposero fermamente all'indottrinamento cristiano dei loro allievi [1] , i quali fino a questo periodo venivano da loro istruiti, in scuole speciali, sulla conoscenza del calendario e dei libri sacri [2] . Dal canto loro gli esponenti degli alti lignaggi, che vedevano esaurirsi la speranza di continuare a perpetuare il loro ruolo storico, si proponevano come i tutori degli antichi riti simbolici, non ultimi i sacrifici umani, a sancire la continuità con le loro antiche origini riconducibili ai toltechi [3] .

L'invasione messicana delle terre maya ad opera dei toltechi [4] aveva introdotto nel tardo X secolo il culto di Quetzalcóatl con il nome di Kukulcán, oltre ad altri elementi caratteristici, non ultimi i sacrifici. Fino al periodo di predominio di Chichén Itzá i maya sarebbero vissuti senza idoli e solo con l'invasione dei Mexica, guidata da un capitano chiamato Kukulcán, sarebbe avvenuta la corruzione dei costumi e l'introduzione degli idoli (e conseguente adorazione), da allora conservati anche dalla gente comune [5] .

Le Relaciones si soffermano spesso sui culti idolatrici, praticati dagli indios “con industria del demonio”: sacerdoti vestiti in modo cerimoniale offrivano pubblicamente a idoli raffiguranti uomini valorosi (in pietra e legno o terracotta) cuori di animali e, nelle feste più importanti, umani, anche se ciò avvenne raramente [6] .

I Maya consideravano il sangue come il fluido più prezioso in loro possesso [7] ; le immolazioni servivano ad aumentare le prospettive di vita della comunità e a conservare la benevolenza degli dei, che, in cambio, proteggevano il paese, facevano sorgere il sole e mandavano la pioggia assicurando buoni raccolti. In tempi passati il perforamento di varie parti del corpo da parte dei membri delle famiglie reali [8] , cui seguiva la cremazione del sangue così ottenuto, non si era dimostrato sufficiente a ricompensare appieno il debito di sangue con gli dei, e si era allora resa necessaria l'istituzione dei sacrifici umani [9] . Anche tra i prigionieri erano solo quelli d'alto rango ad essere sacrificati, mentre i plebei erano solitamente resi schiavi [10] . Ecco una forma di sacrificio che troviamo evocata in Durán [11] :

 

Quaranta giorni prima della festa, la gente vestiva un indiano sul modello dell'idolo, con gli stessi abbigliamenti, di guisa che quello schiavo vivente rappresentasse l'idolo. Dopo averlo purificato, lo onoravano e lo celebravano per quaranta giorni come se fosse stato l'idolo stesso. […] Dopo che gli dei erano stati sacrificati venivano scuoiati molto rapidamente. […] Quando il cuore era stato strappato ed offerto ad Oriente, gli scorticatori posavano al suolo il cadavere e lo fendevano dalla nuca ai talloni, scuoiandolo come un agnello. La pelle veniva via tutta intera. (…) Altri indiani rivestivano immediatamente quelle pelli e prendevano poi i nomi degli dei rappresentati. Al di sopra delle pelli indossavano gli abbigliamenti e le insegne di quelle divinità, e ogni uono riceveva il nome del dio che rappresentava e veniva considerato egli stesso come divino [12] .

 

Talvolta, durante le cerimonie, questi “grandi idolatri” usavano ubriacarsi con una bevanda ritenuta benefica, preparata mischiando acqua, miele e l'estratto della corteccia del balché [13] . Gli idoli erano spesso definiti demonios dagli spagnoli, le cui cronache evidenziano quanto essi furono straordinariamente impressionati dalla bruttezza delle immagini che ricordavano loro quelle che, nell'arte medievale cristiana, raffiguravano il Male [14] . Oltre che paurosi, agli europei gli dei maya parvero innumerevoli: esistevano idoli per i mercanti, i coltivatori di cacao, i cacciatori, ecc.; accanto a questi dei vi erano poi le divinità di lignaggio, tra cui Zacapulc, altro personaggio storico, uno tra i primi Mexica a invadere e conquistare i territori orientali [15] .

Dall'adorazione degli idoli è possibile anche reperire informazioni a proposito della struttura sociale nella penisola: le distinzioni di classe erano estese anche alla religione, dato che ogni cacique o principal venerava certi dei che ai suoi governati non era però consentito adorare in maniera diretta [16] . Anche il carattere iniziatico di molti rituali era motivato dalla medesima natura di un potere che si autolegittimava sottolineando la distanza tra governanti e governati [17] . È emblematico il caso dei Libros de Chilam Balam, volutamente resi sempre più oscuri nel tempo, in cui si può ritrovare tutta l'essenza del potere maya, saldamente detenuto dalle caste dominanti che esercitavano il loro controllo sui non iniziati. Nel periodo postclassico per avere accesso alla carica di capo, occorreva sottoporsi a un questionario su argomenti di carattere esoterico e basato su di un liguaggio figurato, il “Linguaggio di Zuyua”, che gli aspiranti dignitari dovevano dimostrare di conoscere di fronte all'halach uinic [18] : questo codice, contenuto appunto nei Libros, fu applicato in forma segreta ancora nel periodo coloniale [19] .

Nel primo periodo della cristianizzazione i sacrifici venivano compiuti nei luoghi sacri degli Itzá, nelle Chiese o nelle radure dei campi di mais, e questo loro carattere pubblico o collettivo era essenziale: se la vittima era mantenuta in vita e torturata in un ambiente privato, l'esecuzione finale avveniva nella piazza della città, dinanzi a una folla di persone agognanti. Con la fuoriuscita del sangue il potere divino irrompeva nel mondo immediato e il riciclo dell'energia sacra era della massima importanza per la comunità [20] : l'osservazione di fenomeni quali la rivoluzione di pianeti e stelle, il cambio delle stagioni e il veloce ciclo della vita, nell'ambiente tropicale, avevano indotto i Maya a credere che ogni cosa seguisse uno schema basato sul continuo ritorno della serie vita-morte-rinascita [21] .

È curioso notare che nella prima fase dell'evangelizzazione quegli stessi signori nativi che continuavano a praticare i loro antichi rituali allestirono scuole e Chiese non autorizzate, dove pretendevano di insegnare la nuova dottrina e amministrare i sacramenti, noncuranti del monopolio dei missionari in queste attività. In realtà è probabile che inizialmente i custodi del sapere tradizionale non avessero compreso la richiesta dei frati di attuare una scelta ben precisa tra culti pagani e cristianesimo, e i nobili avrebbero sin dall'inizio inteso l'apprendimento della dottrina più come un fattore di arricchimento delle proprie concezioni che come un elemento da rifiutare [22] .

Bellingeri, che parla di un probabile concentrarsi negli anni '50 delle cerimonie idolatriche [23] , ne cita due casi certi: quello del cacique di Cansahcab, che offrì all'ex-re di Hocabá sei bambini per scopi sacrificali, e l'immolazione di tre vittime da parte dell'ex sovrano di Sotuta Nachí [24] : saranno proprio queste le province dove l'Inquisizione agirà con maggior determinazione durante i processi del 1562. Nella primavera di quell'anno giunsero voci di un'imminente rivolta nella zona di Sotuta e tra gli orientali Cupul e, dopo la scoperta della presenza di idoli e teschi umani in una caverna nei pressi di Maní (un frate ne venne informato da due giovani indigeni), in maggio il francescano Diego de Landa diede il via a una vera e propria crociata di cui divenne magistrato inquirente. Tra giugno e luglio l'inchiesta si estese a molte province e per tre mesi il terrore regnò nei pueblos di Maní, Sotuta, Kanchunup, Mopila. Sahcabá, Usil, Tibulón… [25] .

Landa fu poi investito della carica di agente dell'Inquisizione, affermando così in questo campo la supremazia ecclesiastica su quella amministrativa, e lasciando a quest'ultima il compito di occuparsi soltanto dei reati minori. Il tribunale ecclesiastico agì principalmente contro gli Xiu (vennero arrestati anche l'ex sovrano ed i vertici della nobiltà) e contro le province di Hocabá e Sotuta. Gli indiani, sia quelli che confessavano la loro colpevolezza sia coloro che si dichiaravano innocenti, vennero sottoposti a torture, come la garrucha e lo ‘stiramento', e tutto ciò senza alcuna approvazione reale [26] . Del resto il divario tra i precetti della Corona e la pratica coloniale era un luogo comune nell'America spagnola, specialmente in una provincia lontana dal controllo vicereale come lo Yucatán [27] . Gli indios dovevano rinnegare i loro antichi idoli, e Landa pianificò la realizzazione di un grande auto de fe, che venne celebrato il 12 luglio: i penitenti si trascinavano dietro a frati vestiti con indumenti raffiguranti croci, che sfilavano in solenne processione recitando litanie. A ciò si accompagnò la realizzazione di un grande rogo in cui vennero bruciati molti dei libri maya esistenti all'epoca e non solo [28] ; così lo stesso Landa riferisce l'accaduto: “Trovammo un grande numero di libri scritti con questi caratteri degli indiani, e poiché non ve n'era alcuno che non fosse pieno di superstizioni e menzogne del demonio, li bruciammo tutti; essi ne soffrirono amaramente e il fatto cagionò loro grande dolore” [29] .

Pochi giorni dopo Landa venne chiamato d'urgenza a Sotuta, dove Lorenzo Cocom, signore della città e governatore della provincia (era fratello e successore di Juan Nachí, morto un anno prima), si era suicidato in carcere prima dell'interrogatorio.

Analizzando alcune confessioni di indios emerge un lato ambiguo, ‘oscuro', della loro spiritualità: simboli e formule della cristianità venivano usati in modo blasfemo e irriverente per compiere sacrifici con l'obbiettivo di ri-affermare la fedeltà agli antichi culti [30] . Cinque testimonianze vennero raccolte dai collaboratori di Landa (quasi certamente con la forza) tra l'11 e il 19 agosto: tutte facevano riferimento a violenti sacrifici, per lo più umani (14), ma anche di animali (6), e quasi sempre si svolsero a calar del sole, a volte, si dice, a mezzanotte [31] .

In quelli del primo tipo vennero uccisi coppie di ragazzini, molto piccoli e dello stesso sesso [32] , mentre nel secondo caso si trattò di cani o maiali. Le vittime, talvolta acquistate talaltra rapite, erano spesso inchiodate ai crocefissi delle Chiese, e il loro cuore, estratto quando ancora batteva, veniva issato al cospetto degli antichi dei, mentre il sangue fluiva sugli idoli portati per l'occasione; i corpi dei sacrificati venivano poi occultati nei cenotes. Altre volte i cerimoniali si svolsero in cimiteri o a casa del signore locale. Alle immolazioni, che col tempo assunsero un carattere sempre più segreto, parteciparono ah-kinob e principales, ma anche insegnanti, alunni e gente comune; coloro che assistevano ai cerimoniali come semplici spettatori venivano duramente redarguiti: nel caso in cui facessero menzione ai frati di ciò che avevano visto sarebbero stati uccisi, e solo nelle comunità più remote le cerimonie si svolsero alla presenza di tutta (o quasi) la comunità [33] .

Senza dubbio politica e religione continuavano ad essere, per i Maya, elementi intimamente uniti: con la conquista, autorità civili e religiose indigene sono sostitute da un nuovo potere, temporale e spirituale, e caciques, principales e ah-kinob si riconoscevano così nella difesa della stessa causa, ovvero il recupero dell'autorità perduta, negando l'esistenza di quell'unico e onnipotente Dio predicato dai frati [34] .

Frequente fu il richiamo alle antiche tradizioni, tra le quali si era già affermata appieno l'istanza della salvezza divina, contrapposta alla dannazione infernale. Bisogna tener conto del fatto che i concetti di salvezza e dannazione non erano assolutamente nuovi per i destinatari del messaggio evangelico: il cosmo maya era costituito da ben 13 paradisi e 9 inferni. Nei cieli, composti da strati sovrastanti l'uno all'altro, abitavano gli dei chiamati Oxlahun-ti-ku (Tredici dei), mentre l'universo opposto, quello degli inferi, era retto da un gruppo di dei chiamati Bolon-ti-ku (Nove dei) [35] . Il numero tredici e il numero nove, indicando rispettivamente il cielo e gli inferi, rappresentavano allegoricamente la contrapposizione tra la luce e le tenebre, tra il bene e il male: da questa contrapposizione nascevano gli astri, il tempo, la vita e gli esseri umani [36] . Ma nelle parole dell'ah-kin Gaspar Chim, la visione di questa contrapposizione era completamente capovolta: il messaggio portato dai frati non sarebbe stato quello di Dio, al contrario la giustizia e la verità avrebbero trionfato solo grazie al compimento dei sacrifici e all'adorazione degli idoli ancestrali [37] .

Risulta significativa l'ambivalenza della frase pronunciata durante un sacrificio dal sacerdote officiante prima di togliere dalla croce le due vittime per ucciderle; da essa e da altre confessioni risulta evidente fino a che punto la storia della crocifissione di Gesù Cristo possa aver penetrato e sconvolto l'immaginazione dei Maya [38] :

 

Lasciate che queste ragazze muoiano come lo fu Gesù Cristo, colui che dicono fosse il nostro Signore, anche se noi non sappiamo se sia così [39] .

 

Per i popoli della penisola l'introduzione del Cristianesimo deve aver provocato una crisi molto più grave di quella causata dalla conquista militare spagnola, soprattutto da quando gli indios realizzarono che il Dio cristiano non si accontentava di assumere un ruolo da protagonista nel pantheon maya, ma intendeva rimpiazzare completamente tutti i loro dei [40] . A questo proposito la profezia del Chilam Balam è significativa:

 

Esta es la cara del katún,

la cara del katún, del Trece Ahau:

se quebrará el rostro del Sol.

Caerá rompiéndose sobre los dioses de ahora.

Cinco días será mordido el Sol y será visto.

Esta es la representación del Trece Ahau [41] .

 

 

4. 2. Confessioni rapide o false?

 

Ciò che stupì in modo particolare i frati durante le indagini del 1562 fu senz'altro la scoperta di apostasie proprio nei territori dove il loro messaggio era sembrato attecchire meglio [42] ; l'evidenza di un'evangelizzazione più apparente che reale fu per i francescani un fatto doloroso da accettare, considerata la mancata corrispondenza agli sforzi compiuti. Nell'indigeno si poteva riscontrare un'attitudine passiva di fronte al comportamento dei missionari, dovuta soprattutto alle severe disposizioni impartite dalle autorità, sia politiche che religiose, nei confronti dell'idolatria [43] . Ma, se venerare le antiche divinità significava subire le persecuzioni degli spagnoli, non farlo arrecava conseguenze non così immediate ma ben più terribili [44] : risulta allora comprensibile lo stratagemma di contemplare il rituale cristiano contemporaneamente all'aderenza clandestina alla vecchia religione [45] .

A partire dal 1550 i religiosi avevano promosso l'avvio delle conversioni di massa e la nascita di una nuova gerarchia religiosa india (una sorta di diaconato) al fine di evitare la riproduzione delle vecchie credenze. L'indottrinamento degli indigeni era stato affidato a ufficiali religiosi nativi “de mucha razón”, nominati in accordo all'importanza che aveva l'asentamiento: maestros de doctrina, capilla o fiscales, comunemente conosciuti dagli indigeni come cambesah o, semplicemente, maestros [46] . Se i sacerdoti indigeni e i maestri di scuola erano gli insegnanti della nuova dottrina, indubbiamente però perpetuavano le loro pratiche idolatriche in privato: molti ah-kinob continuavano di fatto a professare gli antichi culti, non sentendo l'esigenza di rifiutare la nuova religione [47] .

In effetti, dal punto di vista indigeno si trattava di una sola concezione religiosa, anche se parte delle cerimonie, quelle autoctone, dovevano realizzarsi lontano dallo sguardo vigile dei frati. Dal canto loro i religiosi, che considerarono sempre i rituali preispanici come pagani, idolatrici, e superstiziosi, non riuscirono mai a sradicare queste pratiche profondamente legate alla forma di vita indigena, che con il tempo si fusero con gli insegnamenti cristiani in un dinamico processo di sincretismo religioso che perdura ancora ai nostri giorni [48] .

Basti pensare a quei governanti-sacerdoti che, nonostante esortassero i loro sottoposti a sottrarre i figli dal pericoloso rito del battesimo, vi si sottoposero loro stessi più volte al fine di aumentare la loro forza spirituale [49] . È opportuno peraltro ricordare che una cerimonia simile veniva praticata dai Maya fin da tempi remoti [50] ; tale celebrazione ancestrale è ben descritta da Landa nella sua opera:

 

No se halla el bautismo en ninguna parte de las Indias sino en esta de Yucatán, y aún con vocabolo que quiere decir nacer de nuevo u otra vez, que es lo mismo que en la lengua latina renacer, porque en la lengua de Yucatán zihil quiere decir nacer de nuevo u otra vez […]. No hemos podido saber su origen sino que es cosa que han usado siempre y a la que tenían tanta devoción que nadie la dejaba de recibir y (le tenían tanta) reverencia, que los que tenían pecados, si eran para saberlos cometer, habían de manifestarlos […]. Lo que pensaban (que) recibían en el (bautismo) era una propria disposición para ser buenos en sus costumbres y no ser dañados por los demonios en las cosas temporales […] [51] .

 

Questa cerimonia, che sanciva l'appartenenza dei bambini alla società maya e li abilitava al matrimonio, costituiva un lungo e complesso rito di pubertà in cui gli attributi maschili e femminili rivestivano un ruolo particolarmente importante [52] .

Inoltre i Maya mantennero vive nel tempo tutto quell'insieme di credenze legate ai cicli della natura e dell'attività agricola. Tra queste ritroviamo il culto ai mulsencab (gli dei delle api) [53] e quello agli yumtzilo'b (letteralmente “patronos” o “dueños”), divinità della natura che abitavano nelle montagne proteggendo le piante, gli animali e gli stessi uomini [54] . Le più importanti erano quelle direttamente legate alla produzione del mais, i chaaco'ob, a cui si attribuiva il controllo delle nubi e delle piogge. La necessità di accattivarsi la benevolenza di questi dei si traduceva in un insieme di pratiche rituali dirette dall'h-meno'ob [55] , tra le quali risalta il cha-chaac o cerimonia d'invocazione della pioggia [56] . Altre usanze religiose che sopravvissero al dominio coloniale, e che ancora ritroviamo tra i Maya dello Yucatán, sono le celebrazioni che si realizzavano periodicamente per ottenere buoni raccolti (u-hanli-col), così come altri rituali minori collegati alle diverse attività della milpa [57] . Ad esempio fin dall'operazione di disboscamento, per ottenere un terreno da adibire a milpa, era necessario chiedere il permesso al padrone della selva, lo Yum Balam, al quale venivano poi periodicamente offerti cibi e bevande, soprattutto Sacá [58] .

Si perpetuarono inoltre le pratiche divinatorie e la cura delle malattie mediante l'uso di erbe ‘miracolose', ‘incantesimi' e offerte; in tutti questi casi i rituali e le tradizioni autoctone si accompagnarono alle orazioni e petizioni ai santi e all'uso dei simboli cristiani, soprattutto la croce [59] .

La scoperta della massiccia partecipazione a questi riti idolatrici e ‘blasfemi' costituì, per le autorità spagnole, l'inequivocabile dimostrazione della pericolosità del potere di cui godevano caciques e principales presso i loro popoli e le cariche, fino a questo periodo designate con cautela, iniziarono ad essere imposte, dando vita a germi di opposizione in molti pueblos [60] . Don Francisco de Montejo Xiu, che aveva giocato un ruolo molto importante nella stipulazione del patto territoriale ispano-indio di Maní nel 1557 [61] , venne ora incriminato per idolatria, e, incarcerato, ordinò di provocare un incendio nella città per poter evadere. Pochi giorni dopo don Francisco Namon Iuit riunì i caciques di Sotuta e Yaxcabá per convincerli a eliminare l'encomendero, i frati e tutti gli spagnoli del pueblo di Maní, ma i suoi piani fallirono e venne anch'egli imprigionato [62] . A Mérida, dove venne detenuto, già ai primi di agosto si fece strada l'idea di un'imminente rivolta; infatti, come fanno ipotizzare i discorsi tenuti dall'ah-kin di Yaxcabá Gaspar Chim durante i cerimoniali, è probabile che gli indigeni stessero all'epoca preparando una sollevazione generale contro gli elementi estranei imposti dalla conquista [63] .

La congiuntura politica che aveva motivato questa situazione mutò però, con l'arrivo, il 14 agosto del 1562, del primo vescovo di Yucatán e Tabasco, Francisco Toral [64] , che pose un freno al pericoloso tentativo di Landa di estirpare il demonio dalle terre maya con la forza. Toral non esitò a descrivere gli indios come “Amigos de la doctrina y virtud, gente humildísima, de la más sujeta que he visto” [65] : affermò che le idolatrie erano tutte invenzioni di Landa e quando interrogò gli inquisiti e i testimoni di Sotuta questi ritrattarono confessioni spesso ottenute mediante la tortura. Le nuove pene, decretate all'inizio del 1563, furono lievi e per lo più simboliche e alla fine di marzo Landa partì per la Spagna dove, assolto dalle accuse di abuso d'autorità, fu eletto tre anni dopo capo della sua diocesi [66] .

Tuttavia è innegabile che l'idolatria esisteva nello Yucatán e in tutti i territori ispanizzati, così come costante si manteneva il rischio di una nuova ribellione degli indios, da essi sempre segretamente covata e seriamente temuta dagli spagnoli [67] .

 

4. 3. Opposizione dei caciques e persistenza dell'idolatria

 

Impressionato dalla persistenza dell'idolatria, l'Alcalde Major Diego de Quijada [68] ordinò l'attuazione di un forte accentramento amministrativo inaugurando una politica di aggressione frontale alle strutture indigene: le reducciones costituite tra la fine degli anni '50 e i primi anni '60 vennero smembrate nel corso di quest'ultimo decennio, e si procedette all'imposizione generalizzata e sistematica del cabildo in tutti i pueblos. Le figure dell'halach uinic e del batab persero il loro carattere prettamente ereditario e, da questo momento in poi, potranno esercitare le loro funzioni solo dopo una nomina [69] . Un tale affronto non poteva passare inosservato: nacque infatti un'aperta opposizione da parte dei caciques a qualsiasi fattore atto a destabilizzare la loro autonomia decisionale e il loro potere [70] . Il discorso pronunciato da don Gaspar Tun costituisce un valido esempio di questa resistenza al riassetto del potere in corso:

 

puede haber tres meses [fine del 1564] que el alcalde mayor vino al pueblo y contra mi voluntad... dió un mandamento de nombramiento de alcaldes y regidores y procurador lo cual nunca había habido en el pueblo… [71] .

 

Inoltre la crisi demografica, incrementata a partire dal '66, colpì ulteriormente il caciccato d'antico lignaggio: l'istituzione parentale arretrò sempre di più, fin quasi a scomparire negli anni '80, quando la nomina venne sostituita dall'elezione annuale.

In alcune occasioni l'opposizione dei discendenti dei vecchi lignaggi assunse nuovamente i contorni della cospirazione violenta, nella quale il sentimento anticristiano si fuse con la volontà di tornare ad esercitare l'antico potere. Fu il caso del cacique di Campeche, don Francisco, che nel 1586, “commovendo gli animi degli indigeni e facendo proseliti” [72] , riuscì ad organizzare una rivolta [73] . Don Francisco e altri principales suoi complici furono arrestati e condannati a morte, ma ciò non impedì, tre anni dopo, lo sviluppo di un nuovo tentativo di ribellione, organizzato dal principal di Sotuta Andrés Cocom [74] .

Alla cattura dell'indio ribelle parteciperà l'alcalde di Tenabo, don Jorge Canul: questo principal era figlio di don Francisco Canul, fervente collaboratore dell'esercito invasore di Francisco de Montejo che già si era distinto nel convincere i batab a prestare obbedienza alla Corona spagnola [75] .

Don Jorge non aveva mancato di lamentare di fronte a Sánchez Cerdán [76] la presenza di alcuni indios che a Tenabo avevano fatto incetta di beni e denaro da destinare al ribelle: il 9 aprile era infatti stato informato dal principal Alonso Ek che vari indios stavano realizzando una raccolta di contributi tra gli abitanti per ordine di Pedro Ek. Questi, catturato e interrogato, aveva confessato il coinvolgimento di Lucas Ek e Francisco Pech, vecinos di Tenabo, e di Francisco Ek, del pueblo di Tinum [77] . I principales si erano accordati per chiedere ad ogni indio il tributo di 20 chicchi di cacao e mezza libbra di cera da inviare al dissidente Andrés Cocom [78] . Costui, già precedentemente identificato dal vescovo Gregorio de Montalvo come idolatra, nonché “perverso dogmatizador e inventor de nuevas maldades entre los indios”, era stato consegnato nel 1583 al prelato della giustizia [79] , che lo aveva condannato ai lavori forzati per la costruzione del castello di San Juan de Ulúa nel Veracruz, affinché smettesse di diffondere “el veneno de su perversa enseñanza, engañando la simplicidad de los indios” [80] . Fuggito grazie all'aiuto della gente della costa, aveva fatto ritorno nello Yucatán rifugiandosi nel pueblo ribelle chiamato La Desconocida, nel territorio di Campeche; da questo luogo aveva organizzato la cospirazione e, dopo essersi proclamato re, aveva iniziato a richiedere il tributo ai suoi presunti sudditi mettendo insieme numerose armi, custodite in caverne [81] . Bracamonte y Sosa riporta le parole di Sánchez Cerdán, che ben testimoniano le dimensioni del consenso cresciuto attorno al nuovo capo: “muchos pueblos le habían enviado dineros y le reconocían por rey” [82] ; oltretutto dall'inchiesta risultò chiaro che molti pueblos, come Hocabá, Homún e Uman, mantenevano buone relazioni con l'indio ribelle. Infatti in due case di Tenabo vennero confiscati un peso e sei reales, mezza libbra di cera e cinquecento chicchi di cacao, evidentemente il prodotto della raccolta del tributo; i principales che l'avevano organizzata vennero incarcerati e l'alcalde Jorge Canul invitò i gobernadores dei pueblos coinvolti a denunciare i congiurati che sarebbero passati attraverso i loro territori [83] . Alla fine anche l'indomito Andrés Cocom, tradito dagli stessi indigeni, fu catturato e, condotto a Campeche, venne giustiziato come dissidente-idolatra [84] .

Nella storia della conquista si ritrovano frequentemente certe figure, marginali nelle loro società tradizionali, che in un periodo di dominazione straniera assunsero rapidamente il potere grazie al fatto di essere svincolate da obblighi e restrizioni che andavano perdendo la loro efficacia nella ridefinizione dei nuovi assetti [85] . Il caso di Andrés è emblematico in questo senso: il principal vuole (e, almeno inizialmente, ci riesce) affermare la sua autorità ponendosi a capo della cospirazione, ma sarà denunciato proprio da quegli stessi indios cui era rivolto il suo appello antispagnolo [86] . Secondo Bracamonte y Sosa, se si considera che la scelta di don Pablo Paxbolon [87] fu diametralmente opposta a quella di Andrés Cocom e dei Cehace (che, “ridotti” a Champotón, si erano dati alla fuga quando i loro idoli erano stati distrutti), si può affermare che il comportamento di una parte delle élites indigene fu meno ostile all'ingerenza straniera: queste avrebbero adottato altre forme di resistenza culturale, preferendo la negoziazione politica e la disputa legale alla scelta dell'abbandono dei propri pueblos d'origine e della sollevazione [88] .

In quegli stessi anni Diego García del Palacio, in visita per conto dell'Audiencia de Nueva España, aveva affidato a vari suoi collaboratori il compito di perseguire l'idolatria; tra questi si distinse Alonso de Arévalo che, conducendo le sue indagini tra le provincie cupul, distrusse numerosi idoli e scoprì degli ah-kinob che gli indios “seguían con sus amonestaciones y sectas como personas principales y tenidos en mucho entre ellos” [89] . Anche in questo caso, come per le confessioni del '62, il fatto che Arévalo abbia esagerato nelle sue dichiarazioni a proposito della presenza di sacerdoti, cerimonie e oggetti idolatrici, non mette in dubbio che questi riti continuassero a svolgersi ordinariamente tra i nativi. Le incursioni dei cristiani, che giunsero a classificare come idolatrici semplici strumenti di legno e pietra d'uso domestico, in realtà non ottennero mai i risultati sperati: gli antichi rituali segreti riprendevano non appena gli spagnoli abbandonavano i territori inquisiti [90] .

I già dolorosi effetti di congregaciones e reducciones, seguite dal forte accentramento amministrativo degli anni '60, andarono a sommarsi a quelli della persecuzione inquisitoriale dell'idolatria e a quelli, ancor più destabilizzanti, della ristrutturazione della sfera privata familiare maya. Con l'introduzione del matrimonio e dei rapporti di parentela cristiani anche l'ambiente domestico era, infatti, stato ridotto a ristretti alloggi per dormire, nettamente separati dai luoghi pubblici: come conciliare questa nuova organizzazione dello spazio con una concezione come quella maya, nella quale una linea vaporosa stabiliva il confine tra pubblico e privato [91] ?

La prigione delle mura domestiche della singola famiglia, entità introdotta per rimpiazzare le strutture multi-familiari del passato che persistevano solo dove la presenza spagnola era intermittente, e la sostituzione di tutto quell'insieme di pratiche propiziatorie, collettive e solistiche tipiche di queste terre, con il nuovo, e più individuale, culto cristiano, misero indubbiamente a dura prova le popolazioni yucateche. La Chiesa, anche se posta al centro del nuovo villaggio, fu ben lungi dal costituire il nuovo fulcro per l'azione della comunità, e stravolse, con la sua presenza ed i suoi ritmi, gli antichi rapporti interpersonali e quelli sussistenti tra uomo e divinità [92] .

Per opporsi al controllo capillare dei riti pagani molti ah-kinob, figure che continuavano a godere di un ampio consenso, decisero di spostarsi nei territori non ancora coinvolti nella colonizzazione, mentre altri cercarono nuovamente di organizzare delle ribellioni, come avvenne a Bacalar nel 1639 [93] . Altre probabili sollevazioni sono testimoniate da alcuni resoconti indigeni:

 

[…] que había en el dicho pueblo de Yobaín muchas juntas de noche y que en ellas bebían balché y trataban de que presto no había da haber Dios y se había de acabar el mundo y vendría el juicio. Y que antes de cuatro meses habían de hacer una pila en una iglesia y que allí habían de degollar todos los sacerdotes y matar todos los españoles e indios e indias ladinas [94] que no había de quedar cosa suya […] [95] .

Ancora alle soglie del XVII secolo le forme di opposizione al colonialismo spagnolo non sembravano quindi essere scomparse, e il potere coloniale non esitava ad usare tutti i mezzi a sua disposizione per eliminare i dissidenti. Nel 1598, per arginare il problema della fuga, attraverso una cédula real si arrivò ad offrire alcune agevolazioni in merito al pagamento del tributo, dimezzato per due anni a coloro che avrebbero fatto ritorno ai pueblos d'origine [96] . L'anno successivo Gregorio de Funes, procuratore generale dello Yucatán, inviò una petizione al Consejo de Indias per lamentare la pericolosa crescita del numero di pudzanes e tepeches, minacciosi per i territori cristiani della frontiera coloniale, dove sembrava che i commercianti indigeni dell'interno si fossero intrattenuti vari mesi esercitando pratiche idolatriche [97] .

Al termine del secolo non si potrà ancora parlare di pacificazione totale a proposito dei Maya delle terre basse (eccetto che per quelli che popolavano i territori occidentali), né di affermazione del cristianesimo: come continuavano ad esistere zone indomite, persisteva quel sentimento antispagnolo che aveva pervaso tutto il '500 yucateco. Tutta quella vasta regione di emancipazione conosciuta come Las montañas era, per il momento, dominata dagli asentamientos dei pudzanes e le deboli incursioni spagnole non riuscivano in alcun modo ad arginare la fuga: “por cada indio reducido otros, en cambio, alcanzaban la libertad” [98] .

 

4. 4. La rivolta di Quisteil

 

Attorno all'anno 1750 il sistema della dominazione coloniale cominciò a mutare a causa della nuova politica della Corona spagnola, che si proponeva di integrare la popolazione indigena nello sviluppo dell'agricoltura commerciale e dell'allevamento [99] . L'isolamento in cui vivevano ancora molti pueblos maya, che aveva conferito loro un maggior grado di autonomia, cominciò a cedere terreno a favore di questa campagna d'integrazione, per la quale le comunità indigene avrebbero pagato un prezzo elevato [100] .

I cambiamenti nello sfruttamento coloniale che si registrarono in questo secolo e la crescente distruzione delle tradizioni indigene rinnovarono tra i maya diverse forme di resistenza. Mentre molti indigeni continuavano a fuggire verso le selve libere del sud e dell'oriente, altri, in cui sempre si era mantenuta latente l'intenzione di liberarsi dal dominio coloniale, organizzarono nuove ribellioni “para expulsar a los amos extranjeros” [101] .

In particolare il pueblo di Quisteil e altri pueblos situati a sud-est di Mérida, diedero vita a una cospirazione sotto la direzione di un lider indigeno, Jacinto Canek, che impresse al movimento caratteristiche religiose peculiari [102] . È poco quello che si conosce in proposito, poiché le fonti dell'epoca, tutte di origine spagnola, si impegnarono nel presentare gli indigeni come borrachos o salvajes e il loro principale caudillo Canek como un demente [103] .

La rivolta iniziò il 20 novembre 1761, durante la festa dedicata a Nuestra Señora de la Concepción, santa patrona di Quisteil, mentre aveva luogo la cerimonia religiosa nella Chiesa del luogo. Quel giorno numerosi indigeni e caciques di altri pueblos, anche di luoghi piuttosto lontani come San Román e Lerma [104] , si riunirono in una conjunta nei pressi del tempio dove Canek fece una lunghissima arringa incitando i suoi correligionari a liberarsi dal giogo spagnolo e dagli onerosi tributi pretesi dagli encomenderos:

 

Hijos míos muy amados: no sé qué esperáis para sacudir el pesado yugo y servidumbre trabajosa en que os ha puesto la sujeción a los españoles, yo he caminado por toda la provincia y registrado todos sus pueblos, y, considerando con atención qué utilidad o beneficio nos trae la sujeción a España…no hallo otra cosa que una penosa e inviolable servidumbre. […] Si de los eclesiásticos volvéis vuestra consideración…al empeño que parecen tomar los seglares en agobiarnos y tiranizarnos con castigos, hallaréis mucha materia para el llanto…el juez de tributos no se sacia ni con los trabajos que cercan en las cárceles a nuestros compañeros, ni satisface la sed de nuestra sangre en los continuos atroces azotes con que macera y despedaza nuestros cuerpos [105] .

 

Dopo la riunione Diego Pacheco, un commerciante bianco giunto sul luogo quello stesso giorno, venne assassinato e un gruppo di indigeni fece irruzione nella chiesa: don Miguel Ruela, il prete che officiava la messa, fuggì verso Sotuta riuscendo ad informare il capitano Tiburio Cosgaya della ribellione [106] . In seguito, secondo i resoconti dell'epoca [107] , Jacinto Canek venne portato all'interno della chiesa dove, tra l'entusiasmo generale, venne incoronato re, con la corona ed il mantello azzurro della patrona del pueblo, e ribattezzato “Rey Jacinto Uk de los santos Canek [108] Chichán Motezuma”, ovvero piccolo Moctezuma [109] .

Cosgaya notificò immediatamente i fatti a Mérida e, con dieci uomini a cavallo e cento fanti [110] , partì alla volta di Quisteil con il proposito di ristabilire l'ordine. La notte di quello stesso giorno gli indigeni fermarono l'avanzata del capitano Cosgaya, uccidendo lui e la maggior parte dei suoi uomini [111] . Questo combattimento fece capire al governatore della provincia che non si trattava di un semplice ‘ammutinamento di ubriaconi', ma di un'ampia e organizzata ribellione che stava diventando via via più pericolosa. Pertanto, temendo la diffusione dell'insurrezione, il governatore José Crespo y Onorato ordinò la concentrazione delle truppe coloniali sotto la direzione del generale Cristóbal Calderón de Huelguera, che si trovava al momento a Tihosuco [112] . Nel frattempo gli insorti inviarono alcuni messaggeri a diversi pueblos con l'intento di diffondere la causa ed incitarli alla rivolta. Uno di questi messaggeri fu catturato mentre si dirigeva a Maní recando ai caciques del pueblo una lettera scritta dal re dei nemici, Canek:

 

Bien podeís venir sin temor alguno, que os esperamos con los brazos abiertos; no tengáis recelo, porque somos muchos y las armas españolas no tienen ya poder contra nosotros; traed vuestra gente armada, que con nosotros está el que todo lo puede [113] .

 

Non esiste consenso tra gli storici riguardo alla figura di Canek: il suo vero nome, come egli stesso confessò prima di morire [114] , era Jacinto Uk ed era nato nel barrio di San Román de Campeche o in quello di Santiago di Mérida [115] . Probabilmente, come la maggioranza dei bambini indigeni all'epoca, era stato alcuni anni al servizio dei francescani nel convento principale dell'ordine, dove sembra che avesse imparato latino e teologia così come la storia della conquista dello Yucatán, attraverso l'opera di padre López de Cogolludo [116] . I resoconti dell'epoca descrivono Jacinto come un giovane piuttosto turbolento e indomito, tanto che gli stessi frati furono costretti a cacciarlo dal convento: da ciò deriverebbe, secondo gli autori, il crescente odio e risentimento nei confronti degli spagnoli [117] . Abbandonato il convento, pare avesse lavorato per qualche tempo in una tahona nel barrio di Santiago facendo in seguito alcuni viaggi attraverso la provincia; in questa occasione sarebbe venuto in contatto con diversi indigeni della zona e avrebbe dato inizio ai suoi piani ‘sovversivi'. Senza dubbio Jacinto Canek fu l'artefice e il principale caudillo della sollevazione ma ci furono numerosi altri caciques implicati nel movimento. Uno di questi fu Francisco Uex, cacique originario di Tabi, il cui figlio era stato nominato a capo dell'esercito maya che era arrivato ad includere circa 1200/1500 combattenti [118] . Ovviamente un esercito indigeno di tali dimensioni avrebbe potuto formarsi solo con largo anticipo nonché con la partecipazione di innumerevoli pueblos. La ribellione di Quisteil non fu quindi un “motín de indígenas embriagados”, ma un'insurrezione generale organizzata dalle repubbliche situate lungo la frontiera sud-orientale del dominio coloniale [119] . Risvegliò un clima di agitazione e timore tra i colonizzatori e scatenò una repressione spietata. Il 26 novembre un esercito di 500 soldati al comando di Cristóbal Calderón marciò su Quisteil, che era difesa da trincee indigene. La superiorità militare decretò la vittoria degli spagnoli, ma gli indigeni, come spesso era accaduto nella prolungata storia della conquista, combatterono con grande valore e coraggio fino alla morte: dopo tre ore di incessanti combattimenti rimasero al suolo, senza vita, oltre seicento ribelli [120] . Canek e altri caudillos riuscirono a scappare nella selva riorganizzando la difesa nella hacienda di Huntulchac, ma, alla fine, il 27 novembre, caddero anch'essi prigionieri nella savana di Sibac [121] .

Il pueblo di Quisteil fu bruciato e seminato di sale per evitare che potesse ancora ripopolarsi, mentre nel frattempo a Mérida vennero giudicati centinaia di prigionieri catturati [122] . Anche il cacique di Lerma, Miguel Kantún, venne processato come ribelle [123] e, secondo quanto riportato dalla descrizione ufficiale dell'entrata dei prigionieri nella città, un altro dei capi ribelli condannati era un importante h-men, “un hombre anciano de aspecto extraño, de las criaturas más horribles que se pudieran hallar en la provincia” [124] . Jacinto Canek venne giustiziato il 14 dicembre su un patibolo costruito nella piazza principale della città: legato al palo del tormento venne ucciso dal boia a colpi di sbarra. Le sue ossa furono rotte con ferro candente e la sua carne strappata con tenaglie; il corpo destrozado rimase esposto fino a tarda notte, poi i suoi resti furono bruciati e le ceneri disperse nell'aria [125] . A tale orribile crudeltà presenziarono centinaia di persone, che si professavano colte e fiere della propria superiorità culturale, e sessantanove compagni di Canek [126] . Le cronache, peraltro faziose, affermano che, poche ore prima di morire, Jacinto Canek avesse chiesto perdono dei suoi peccati, ammettendo di essere stato ispirato dal demonio, e che avesse esortato i ribelli a pentirsi, rimettendo le loro anime al solo Dio che doveva essere servito ed adorato [127] . Il giorno seguente vennero impiccati otto caudillos e i loro corpi furono dilaniati, mentre numerosi macehuales (contadini) vennero castigati con frustate, la perdita di un orecchio e l'espulsione dalla provincia [128] . Esistono forti indizi per pensare che una parte dei maya deportati in seguito alla ribellione del 1761, così come di quelli che sfuggirono alla repressione coloniale, si rifugiarono nel territorio centrale dell'attuale Belize, dove sempre esistettero gruppi maya al margine della dominazione spagnola [129] . Di fatto un'ampia zona situata sulla frontiera tra il Belize e il Petén guatemalteco si mantenne per molto tempo come una zona di rifugio dei maya liberi [130] .

Né la dura repressione attuata dai colonizzatori, né l'indottrinamento pacifico, ma spesso coercitivo, perpetrato dai religiosi riuscirono mai a placare l'indomito spirito indigeno che, anzi, si rinnovò con sempre maggior vigore.

I maya yucatechi, durante tutta la colonizzazione ed anche in seguito, riuscirono a mantenere vive e forti le radici della loro identità etnica e culturale; la loro gloriosa resistenza si incarnò talvolta in un'aperta opposizione, più spesso in un processo di ricostituzione periodica e di adattamento ai nuovi contesti via via affrontati [131] : “su historia es una proeza de sobrevivencia colectiva” [132] .



[1] Quezada, Breve historia, cit., pag. 46.

[2] Drew, op. cit., pag. 348.

[3] Roys, op. cit. pag. 65.

[4] Le fonti storiche individuano l'anno 987 d. C. come la data d'inizio dell'insediamento progressivo di popolazioni provenienti da Tula, la capitale dei Toltechi nello stato di Hidalgo; cfr. pag. 14 della tesi.

[5] De la Garza, op. cit., vol. I, pag. 73.

[6] Ivi, vol I, pag. 72.

[7] I Maya credevano che fosse stato il sangue degli dei a dare vita all'uomo; il termine che lo designava era identico a quello di Dio e anima, e molto simile al termine indicante il sole e il sogno.

[8] Prima di qualsiasi celebrazione religiosa i sacerdoti e i nobili in essa implicati si sottoponevano a digiuni, astinenza sessuale e terribili penitenze. Queste potevano andare dal semplice perforamento del lobo dell'orecchio con aghi di legno o pietra, fino al perforamento della lingua e del membro virile (le donne erano escluse da questo tipo di pratiche). Il sangue vivificador di sacerdoti e governanti veniva poi raccolto in panni e cortecce per essere offerto agli dei in cerimonie strettamente collegate alla fecondità; De Lizana, op. cit., pag. 59, nota 9.

[9] Drew, op. cit., pagg. 336-337.

[10] Roys, op. cit., pag. 67.

[11] Il domenicano Durán nacque in Spagna verso il 1537, ma visse in Messico fin dall'età di cinque o sei anni. Attraverso tale esperienza egli acquisì una comprensione, dall'interno, della cultura indiana, che nessun altro religioso o europeo di quel secolo riuscirà ad eguagliare; Todorov, op. cit., pag. 246.

[12] Ivi, pag. 191.

[13] Il balché è un albero con la cui corteccia, precedentemente essiccata al sole, si produce l'omonimo vino. La preparazione avveniva sempre ad opera del Ah men (‘colui che sa', lo sciamano), mai ad opera di profani; inoltre si utilizzava esclusivamente l'acqua “vergine”, ovvero quella che non era mai stata vista da nessuna donna, raccolta in pozzi segreti. Ancora oggi si beve in certi riti legati all'agricoltura, mentre nei matrimoni viene utilizzato per aspergere la sposa e alcuni invitati (Libro di Chilam Balam di Chumaiel, op. cit., pag. 51, nota 72).

[14] Roys, op. cit., pag. 72.

[15] Era abitudine diffusa tra i Maya divinizzare i vari governanti e erigere in loro onore dei templi, in cui, negli anni, veniva perpetuato il culto alla loro memoria. Quest'usanza accrebbe notevolmente il pantheon dei maya yucatechi, tra i quali si contano ben 250 patronimici; ivi, pag. 78 e De Lizana, op. cit., pag. 58, nota 7.

[16] Roys, op. cit., pag. 76.

[17] González Cicero, op. cit., pag. 122.

[18] Se questi riuscivano a decifrare gli enigmi, ciò significava che appartenevano alla classe dirigente, in quanto essi erano trasmessi di padre in figlio soltanto all'interno delle famiglie nobili. In questo caso si potevano dar loro alti incarichi politici con i relativi privilegi (Libro di Chilam Balam di Chumaiel, op. cit., pag. 47, nota 66).

[19] Clendinnen, Landscape, cit., pagg. 386-387.

[20] Drew, op. cit., pag. 338. L'importanza dei riti di sangue viene ampiamente analizzata da Linda Schele e Mary Ellen Miller in The blood of Kings, George Braziller, New York, 1986.

[21] Ivi, pag. 325.

[22] Clendinnen, Landscape, cit., pagg. 385-386.

[23] Bellingeri, La conversione, cit., pag. 132, nota 23.

[24] Ivi, pag. 135.

[25] Insieme a Landa vennero nominati come giudici inquisitori delle province i frati Pedro de Ciudad Rodrigo, Miguel de la Pedra e Juan Pizarro; González Cicero, op. cit., pag. 120.

[26] Clendinnen, Ambivalent Conquests, cit., pagg. 74-75.

[27] Farris, Maya Society, cit., pag. 78.

[28] Secondo alcune fonti storiche nel corso dell'autodafé di Maní furono distrutti 5000 idoli, 15 altari, 22 pietre intagliate, 27 codici e 197 vasi; se le cifre appaiono eccessive certo è che il danno fu molto grande; De Lizana, op. cit., pag. 178, nota 34.

[29] Ivi, pag. 243.

[30] Clendinnen, Ambivalente conquests, cit., pagg. 195-207.

[31] È probabile che la scelta dell'ora fosse motivata dall'esigenza di passare inosservati agli occhi dei frati; González Cicero, op. cit., pag. 121.

[32] Clendinnen, Ambivalent Conquests, cit., pag. 201.

[33] Farris, Maya society, cit., pag. 290.

[34] González Cicero, op. cit., pag. 122.

[35] Roys, op. cit., pag. 73.

[36] Libro di Chilam Balam di Chumaiel, op. cit., pag. 60, nota 84. Nei Libros de Chilam Balam si trova la narrazione della guerra tra Oxlahun-ti-ku e Bolon-ti-ku, dalla quale proviene la creazione del mondo; Thompson vede un parallelismo tra questo mito e la lotta di San Michele e gli eserciti del cielo contro Satana e la conseguente cacciata di questi dal Paradiso (crf. in J. Eric S. Thompson, Historia y religión de los Mayas, op. cit., pagg. 340-342).

[37] Clendinnen, Ambivalent conquests, cit., pag. 199.

[38] Indubbiamente ai Maya deve essere sembrato più di un caso il fatto che Gesù, figura principale della nuova religione loro imposta, fosse stato anch'egli ‘sacrificato' in nome della salvezza di una collettività, quella umana, e della volontà divina; Todorov, op. cit., pag. 228.

[39] Clendinnen, Ambivalent conquests, cit., pag. 204.

[40] Bisogna ricordare che la religione maya era politeista e, pertanto, l'inglobamento di una nuova divinità all'interno del pantheon maya era un fatto piuttosto usuale; González Cicero, op. cit., pag. 123 e Farris, Maya Society, cit., pagg. 286-287.

[41] León Portilla, op. cit., pag. 80.

[42] González Cicero, op. cit., pag. 123; e Farris, Maya society,cit., pag. 291.

[43] González Cicero, op. cit., pag. 119.

[44] Farris, Maya society, cit., pag. 290. In molteplici occasioni gli indigeni attribuirono i periodi di siccità, la scarsità dei raccolti e le epidemie proprio alla presenza degli spagnoli. In alcuni casi interpretarono addirittura la presenza degli invasori come un probabile segno dell'impellente fine del mondo, da cui avrebbe poi avuto inizio la Terza Era dell'umanità; Bracamonte y Sosa, La conquista, cit., pag. 69.

[45] Farris parla in proposito di “dilemma della conversione esterna”; Farris, Maya Society, cit., pag. 290.

[46] In realtà questi personaggi agivano spesso per proprio conto, grazie alla lontananza e alla scarsa vigilanza dei religiosi; Bracamonte y Sosa, La memoria, cit., pag. 47.

[47] González Cicero, op. cit., pag. 121.

[48] Bracamonte y Sosa, La memoria, cit., pag. 47. Nell'ambito domestico la vita del macehual (contadino) continuò ad essere regolata dalle forze ultraterrene di sempre, con la differenza che adesso avevano il nome di qualche santo spagnolo. Contemporaneamente vi fu un vero e proprio processo di “appropriazione” del soprannaturale cristiano ed una sua “riorganizzazione” all'interno dell'universo spirituale indigeno.

[49] Clendinnen, Landscape, cit., pag. 385.

[50] Ancor oggi un rituale molto diffuso è il hets'Mek', una sorta di battesimo celebrato all'età di tre mesi per le bambine e di quattro mesi per i bambini, che consiste principalmente nel mostrare al bimbo gli utensili e gli strumenti che, quando diventerà adulto, dovrà utilizzare quotidianamente. Il numero tre trae la sua origine simbolica dalle tre pietre che costituiscono il focolare domestico (fogón) accanto al quale la donna maya trascorre gran parte della propria vita, mentre il numero quattro, che è associato alla figura maschile, si riferisce ai quattro angoli della milpa (il campo di grano); Bracamonte y Sosa, La memoria, cit., pag. 50.

[51] De Landa, op. cit., pagg. 49-51.

[52] Dopo aver purificato il patio ove si svolgeva il rito per cacciare i demonios, il sacerdote iniziava i neofiti bagnandoli con dell'acqua ‘vergine'; la cerimonia si concludeva poi con un grande banchetto a cui partecipavano tutti i famigliari; De Lizana, op. cit., pag. 127.

[53] Ah Mucen Cab (o Mulcen Cab) era il “custode del miele”. Tra i Maya della regione del Quintana Roo esistono tuttora i Mulzen Cab, che risiederebbero nel sito archeologico di Cobá, dove appunto c'è un edificio con rappresentazioni di un dio che ha attributi dell'insetto; Libro di Chilam Balam di Chumaiel, op. cit., pag. 59, nota 83.

[54] Bracamonte y Sosa, La memoria, cit., pag. 50.

[55] Costoro, oltre che conoscitori delle antiche pratiche rituali, erano i depositari della conoscenza sacra che veniva trasmessa ai discendenti in modo selettivo; ciò permetteva loro tanto di officiare rituali collettivi quanto di curare singoli individui da malattie fisiche o da incantesimi maligni di stregoni. Le cronache, che offrono poche informazioni sul loro conto poiché erano considerati dai religiosi ‘pericolosi', li menzionano talvolta come curanderos-hierberos; Luxton, op. cit., pagg. 154-158, 286.

[56] Bracamonte y Sosa, La memoria, cit., pag. 50.

[57] È il campo di grano coltivato attraverso la tecnica del “roza y quema” che consiste nel disboscamento di una limitata area di selva che in seguito viene fertilizzata attraverso le ceneri degli alberi abbattuti. L'attività agricola annuale è scandita da quattro fasi principali: la tumba (disboscamento), la quema (bruciatura dei tronchi), durante la stagione secca da novembre a maggio; la siembra (la semina) e la cosecha (il raccolto) nella stagione delle piogge da maggio a ottobre.

[58] Si tratta di un bevanda rituale a base di mais. Nelle cerimonie legate all'agricoltura i Maya offrivano diverse bevande accompagnandole a diversi tipi di pane; questi erano composti da un certo numero di “tortillas” di mais sovrapposte, tra le quali si mettevano semi di zucca o fagioli. Il numero di “tortillas” era simbolico e dipendeva dalla funzione che il pane aveva nel rito; Libro di Chilam Balam di Chumaiel, op. cit., pag. 49.

[59] Bracamonte y Sosa, La memoria, cit., pag. 50.

[60] Quezada, Pueblos, cit., pag. 109.

[61] Roys, op. cit., pag. 130.

[62] Quezada, Pueblos, cit., pag. 136.

[63] González Cicero, op. cit., pag. 125.

[64] Padre Francisco Toral giunse nello Yucatán nel 1562 e fu il primo vescovo effettivo della penisola. Nel 1552 era stato nominato primo vescovo dello Yucatán frate Juan de San Francisco, il quale rinunciò a favore di frate Juan de la Puerta, che morì a Siviglia prima ancora di assumere l'incarico (Libro di Chilam Balam di Chumaiel, op. cit., pag. 96, nota 130).

[65] Bellingeri, La conversione, cit., pag. 144.

[66] Diego de Landa, richiamato in patria per essere giudicato, giustificherà l'uso della tortura sostenendo che altrimenti sarebbe stato impossibile trarre dagli indigeni qualsiasi informazione. Condannato dal Consiglio delle Indie, ma successivamente assolto, sarà inviato di nuovo nello Yucatán dove sostituirà Toral nella carica di vescovo; Todorov, op. cit., pag. 244.

[67] González Cicero, op. cit., pag. 125.

[68] Sembra che Don Diego de Quijada, Alcalde Mayor delle province dello Yucatán, fosse stato uno dei maggiori collaboratori di Landa all'epoca dei processi del '62. In molte cronache dell'epoca viene descritto come un uomo senza scrupoli che si avvaleva spesso della sua posizione per sfruttare gli indigeni e che aveva enormemente contribuito alla realizzazione del Auto de fe de Maní. Ciò nonostante non verrà mai rimosso dalla sua carica, partecipando anzi in prima persona alla riorganizzazione amministrativa della provincia negli anni '60; De Lizana, op. cit., pag. 178 e nota 35.

[69] Quezada, Pueblos, cit., pag. 108.

[70] Ivi, pag. 125.

[71] Ivi, pag. 110.

[72] Huerta e Palacios, op. cit., pag. 95.

[73] Eligio Ancona considera come probabile causa dell'insurrezione i crudeli castighi inflitti da Landa agli idolatri. Per affermare questo si basa sul fatto che, quattro o cinque anni prima, il cacique di Campeche, Francisco Chi, aveva denunciato i soprusi del religioso dinnanzi alla Audiencia de México; ivi, pag. 95, nota 2.

[74] Ibid.; e Bracamonte y Sosa, La conquista, cit. pag. 79: la scansione cronologica usata da Bracamonte y Sosa, che individua rispettivamente nell'86 e nell'89 gli anni dello scoppio delle rivolte, essendo più recente, è maggiormente verosimile di quella che fa riferimento all'80-'83, anche se la differenza di pochi anni tra le due sollevazioni e le pressoché uguali versioni accertano comunque il fatto che si tratti degli stessi eventi.

[75] Bracamonte y Sosa, La conquista, cit., pag. 79.

[76] Sánchez Cerdán, capitano che già si era distinto nella reducción del pueblo ribelle di Tazbalam nel 1554, svolse un ruolo fondamentale anche nella repressione delle due rivolte di Campeche. In particolare egli, nel 1589, scoprì che un nobile della famiglia Cocom, originaria di Sotuta, si trovava nei pressi della villa di Campeche recando una lettera con cui affermava di aver fatto visita al re di Spagna e che questi lo aveva nominato re di tutta la provincia. L'indio in questione era Andrés Cocom che, catturato da Cerdán, sarà poi giustiziato; ibid.

[77] Ibid.

[78] Ivi, pag. 80.

[79] Si tratta di Diego García del Palacio, giunto nello Yucatán nel 1583 con l'incarico di indagare sull'idolatria per conto dell'Audiencia de Nueva España; ivi, pag. 79.

[80] Huerta e Palacios, op. cit., pag. 98.

[81] Ibid.; e Bracamonte y Sosa, La conquista, cit., pag. 80.

[82] Bracamonte y Sosa, La conquista, cit., pag. 80.

[83] Ibid.

[84] Huerta e Palacios, op. cit., pag. 98.

[85] Clendinnen, Landscape, cit., pag. 388.

[86] Anche questo fu un fatto piuttosto usuale durante la conquista: in ripetute occasioni gli indigeni, per timore delle pene o con la speranza di una ricompensa, denunciarono i loro superiori all'Inquisizione; ibid.

[87] Paxbolon si era distinto come attivo collaboratore degli invasori, partecipando alla riduzione dei gruppi non conquistati e denunciando molti apostati alle autorità; grazie all'alleanza con i conquistadores aveva ricevuto nel '65 il titolo di “cacique de Tixchel y su provincia”; cfr. pag. 86 della tesi.

[88] Secondo lo studioso la causa di quest'atteggiamento è da ricercarsi in un pensiero politico più aperto, secondo cui il potere non doveva essere necessariamente circoscritto ai membri del proprio gruppo etnico, e che, pertanto, tendeva ad accettare, rivendicando però un proprio ruolo, le nuove regole imposte dal regime coloniale; Bracamonte y Sosa, La conquista, cit., pagg. 99-100.

[89] Ivi, pag. 64.

[90] Ivi, pag. 65.

[91] Clendinnen, Landscape, cit., pag. 375.

[92] Ivi, pagg. 376, 378.

[93] Huerta e Palacios, op. cit., pag. 114.

[94] Nello Yucatán si chiamavano ladinos quegli indios che avevano imparato lo spagnolo e che erano diventati servi nelle case degli spagnoli; Bracamonte y Sosa, La conquista, cit., pag. 70, nota 110.

[95] Ivi, pag. 70.

[96] Ivi, pag. 92, nota 176.

[97] Ivi, pag. 88.

[98] Ivi, pag. 100.

[99] La nuova politica comportò la proliferazione di haciendas e estancias e la comparsa di un nuovo gruppo sociale, los labradores, interessati all'abolizione del vecchio tributo e all'utilizzo diretto della mano d'opera nella produzione agricola e nell'allevamento. Dallo scontro tra questi nuovi colonizzatori, encomenderos e religiosi, entrambi interessati al mantenimento del vecchio sistema, ebbe origine un lungo periodo di transizione dalla società tributaria a una società basata sul lavoro servile degli indigeni, periodo che si prolungherà fino a metà del XIX secolo e che culminerà nella Guerra de Castas; Bracamonte y Sosa, La memoria, cit., pagg. 22, 85.

[100] Inizialmente vennero occupate le terre baldías, quelle terre che gli indigeni coltivavano da secoli ma di cui non potevano dimostrare la proprietà, in seguito si procedette all'espropriazione delle terre comunali. In questo processo ebbe un ruolo importante la legge del 1754 che permetteva ai possessori illegali di terre di denunciarle e acquistarne la proprietà attraverso un esiguo contributo alla Corona. Privati dei terreni da coltivare, i Maya si convertirono ben presto, grazie anche al sistema dell'endeudamiento, nella nuova e redditizia servidumbre agraria a servizio delle haciendas; ivi, pag. 87.

[101] Ivi, pag. 22.

[102] Durante l'epoca della colonia furono numerosi i movimenti di resistenza che espressero forti contenuti religiosi (talvolta mutuati proprio dal Cristianesimo) o che si crearono intorno a qualche attesa apocalittica. Nella ribellione delle montagne del Chiapas (1712), gli indigeni crearono addirittura una chiesa parallela con una complicata gerarchia e si considerarono come gli unici depositari della parola divina. Guidati da oracoli e presagi costruirono un mondo capovolto dove loro erano i sovrani e gli spagnoli, ora chiamati indios o ebrei, erano i vassalli.

[103] Bracamonte y Sosa, La memoria, cit., pag. 91.

[104] Tale particolare fa supporre che la rivolta, in realtà, fosse già stata pianificata precedentemente; Huerta e Palacios, op. cit., pag. 175.

[105] Ivi, pag. 177.

[106] Ivi, pag. 178.

[107] Le poche testimonianze dei fatti (per lo più ad opera di religiosi) appaiono decisamente parziali, a favore del clero e degli spagnoli, e scritte ed ‘arricchite' con il proposito evidente di giustificare la crudele repressione che seguì contro i ribelli, che furono, ovviamente, accusati di idolatria; Bracamonte y Sosa, La memoria, cit., pag. 92.

[108] “Canek” era il nome dell'ultimo sovrano Itzá, l'unico gruppo maya della regione che riuscì a mantenersi fuori dal controllo spagnolo fino al 1696, anno in cui perse l'indipendenza dopo una cruenta battaglia contro gli spagnoli; cfr. pag. 18 della tesi.

[109] Lo studioso francese Serge Gruzinsky dedica un'interessante libro allo studio del fenomeno di questi uomini-dei che mettono la comunità in contatto con la sfera soprannaturale la cui presenza si moltiplica durante il periodo coloniale: Les Hommes Dieux aux Mexique. Pouvoir Indien et Société Coloniale, XVI-XVII siècle, ed. des Archives Contemporaines, 1982.

[110] Bracamonte y Sosa, La memoria, cit., pag. 92.

[111] Le cronache raccontano che fu fatto prigioniero un solo uomo, di nome Juan de Herrera, che gli insorti obbligarono a giurare obbedienza al loro re prostrandosi a baciare “las reales y no muy limpias plantas de Canek”; Huerta e Palacios, op. cit., pag. 179.

[112] Ibid.

[113] Ibid.

[114] Ivi, pag. 175.

[115] Bracamonte y Sosa, La memoria, cit., pag. 92.

[116] Ivi, pag. 93; e Huerta e Palacios, op. cit., pag. 176.

[117] Huerta e Palacios, op. cit., pag. 176.

[118] Bracamonte y Sosa, La memoria, cit., pag. 93.

[119] Ibid.

[120] Huerta e Palacios, op. cit., pag. 181.

[121] Ibid.

[122] Le cronache parlano in proposito di oltre trecento prigionieri, la maggioranza dei quali non raggiungeva i quarant'anni di età. Si suppone che in realtà questa fosse soltanto la prima offensiva, mentre un esercito ancora più grande stesse aspettando il giorno e l'ora propizi per un levantamiento general; ivi, pag. 183.

[123] I caciques di Lerma e San Román, che avevano sostenuto l'insurrezione, furono condannati a esilio perpetuo nell'isola di Cuba. In realtà, a causa della guerra che era scoppiata nel frattempo tra Spagna e Gran Bretagna, saranno condotti al castello di Ulúa, nel Veracruz, dove trascorreranno gli ultimi anni della loro vita; ivi, pag. 189.

[124] Ivi, pag. 183.

[125] Bracamonte y Sosa, La memoria, cit., pag. 93.

[126] Huerta e Palacios, op. cit., pag. 186.

[127] Ivi, pagg. 185-186.

[128] Bracamonte y Sosa, La memoria, cit., pag. 93.

[129] Ivi, pag. 96.

[130] Fu fino al periodo compreso tra il 1788 e il 1817 quando i colonizzatori inglesi, cortadores de madera, entrarono in contatto con questi indigeni e si appropriarono del loro territorio; ibid.

[131] Ivi, pag. 164.

[132] Ibid.